22/03/2013
POUR L'HONNEUR DE NOS MORTS
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10/02/2013
In cammino con gli zingari
da http://www.libreriadelledonne.it/news/articoli/Manif07021...
il manifesto, 7 febbraio 2013
In cammino con gli zingari
di Margherita Bettoni
Il volume di Carla Osella "Rom e Sinti. Il genocidio dimenticato", edito da Tau, narra le storie raccolte durante un viaggio, lungo quarantamila chilometri, tra i campi di sterminio
Amalie Reinhardt, prima di cinque figli di una famiglia sinti, ha solo nove anni quando suo padre e sua madre vengono arrestati e condotti nel campo di concentramento di Dachau. È il 1938 e la Germania nazista conduce già da qualche anno una politica di persecuzione verso quelli che chiama "Zigeuner", gli zingari. Amalie e i suoi fratelli sono portati nel collegio di San Giuseppe a Mulfingen, nel sud della Germania. La struttura ospita 41 piccoli sinti che, in un primo momento, vengono risparmiati allo sterminio. Non si tratta qui però di buon cuore nazista: i bambini sono le cavie della giovane ricercatrice Eva Justin e del suo tutore, il dottor Robert Ritter.
I due sottopongono i piccoli a test pseudo-scientifici allo scopo di determinarne l'inferiorità razziale. Nel 1943 la Justin arriva alla conclusione che rom e sinti sono pericolosi per la razza ariana in quanto portatori del pernicioso gene del nomadismo e ne consiglia quindi la sterilizzazione forzata. La giovane tedesca consegue il dottorato in antropologia e i bambini, ormai inutili, sono deportati ad Auschwitz.
Trentacinque di loro sono gasati poco dopo l'arrivo al campo di concentramento, Amalie Reinhardt viene invece giudicata abile al lavoro e viene spostata nel lager femminile di Ravensbrück, dove sopravvive allo sterminio.
Pellegrinaggio del dolore
La vicenda della piccola sinti è una delle tante storie raccolte nel nuovo libro di Carla Osella Rom e Sinti. Il genocidio dimenticato, pubblicato da Tau Editore (pp. 246, euro 15). Il "pellegrinaggio nel dolore di una popolazione", così come lo definisce Osella, inizia nel 2005 e porta l'autrice e la sua assistente Francesca Sardi sui luoghi dello sterminio di rom e sinti. È un viaggio lungo quarantamila chilometri che attraversa venti paesi: dalla Francia all'Olanda, dalla Polonia all'Ucraina. Per sette lunghi anni, Osella e Sardi visitano campi di concentramento, ghetti ma anche centri di eutanasia e foreste, luoghi in cui rom e sinti vennero imprigionati, uccisi o gravemente menomati dagli esperimenti condotti sui loro corpi dalla follia nazista.
Dal ghetto di Lódz, al lager di Mauthausen, passando per il collegio di San Giuseppe, filo rosso della ricerca sono le testimonianze dirette dei sopravvissuti o di persone che, indirettamente hanno assistito al genocidio, spesso dimenticato, del "popolo del vento". Uno sterminio dalle cifre incerte: i dati ufficiali parlano di seicentomila persone ma c'è chi sostiene che, a fine guerra restassero solo due milioni e mezzo dei dieci milioni di rom e sinti presenti in Europa prima dell'avvento nazista.
"Il libro - afferma Carla Osella - è il mio omaggio al popolo invisibile con il quale ho scelto di condividere la storia della mia vita". Raccontare del genocidio è per l'autrice un "modo per far parlare questa popolazione"; la peculiarità di Rom e Sinti. Il genocidio dimenticato è infatti quella di dare voce, in prima persona, ai testimoni diretti dello sterminio. "Di solito siamo noi a parlare di loro - dice Osella - mentre questa volta ho voluto che fossero loro a raccontarsi".
Carla Osella, presidente di "Aizo rom e sinti" conosce bene il popolo per e con il quale lavora da quarantun anni. L'occasione di conversare con la gagè (la non zingara) che i rom e i sinti chiamano "bibì Carla", la zia Carla, è data da una serata di presentazione dell'ultimo libro a Trento.
Un libro che si scopre avere radici nel suo passato familiare. "Vengo da una famiglia antifascista - racconta con l'allegro accento torinese che la contraddistingue -. Mia madre è di Boves, la città incendiata dai nazisti. Mia nonna era antifascista ed i miei zii a Cuneo si rifiutavano di levare dalle camice il simbolo dell'Azione Cattolica. Per questo ciclicamente le camice nere li portavano dietro ai portici e gli facevano ingerire olio di ricino. I racconti di mia madre parlavano spesso di questo antifascismo che ho poi respirato anche nella facoltà di sociologia dove ho studiato, che a quei tempi era 'rossa'. L'antifascismo unito alla simpatia nei confronti del popolo con il quale convivo da quarantun anni ha fatto nascere l'idea di un libro che portasse alla luce i ricordi ed i fatti legati al genocidio quasi sconosciuto di questo popolo che ha il diritto di essere riconosciuto nella proprio dignità".
Il legame di Carla Osella con i sinti e con i rom nasce ai tempi della giovinezza ed è veicolato dall'immagine che ne danno i genitori. "I miei erano commercianti e i sinti di quell'epoca erano nostri clienti. I miei genitori me li hanno sempre presentati in maniera positiva, come persone da non discriminare. In realtà - continua poi a raccontare - da giovane sognavo di fare l'avvocato in Sudafrica per difendere i neri; invece, mi sono fermata qui in Italia ed ho iniziato a lavorare con i sinti, dapprima con i bambini e poi con gli adulti".
Entrare in contatto con questo popolo non è stato facile: "Ero una ragazza giovane che doveva riuscire a penetrare un mondo maschilista. La mia fortuna è stata quella di fare sempre riferimento alle donne, le mie prime alleate. Chi fa volontariato con i sinti e con i rom di solito va dagli uomini, dai capifamiglia. Ma io venivo dal sessantotto universitario e mi sono alleata con le donne. Quando hanno visto che entravo nel loro mondo in punta di piedi, che volevo conoscerle e fare qualcosa mi hanno accettata. Fondamentale però è stato anche abitare con loro, andare a raccogliere il ferro con loro, condividere insomma il loro vissuto quotidiano".
Intolleranze quotidiane
Quando le si chiede cosa bisognerebbe fare per entrare in contatto con questo popolo, Osella scuote il capo: "Prima di tutto bisognerebbe cambiare mentalità. Oggi viviamo un aumento di intolleranza nei confronti non tanto dei sinti italiani quanto dei rom rumeni, che arrivano a migliaia. Bisognerebbe essere capaci di accoglierli così come sono, concedere loro dei diritti, ma anche richiedere dei doveri. Se assistiamo a delle situazioni degradanti è anche perché alcuni comuni hanno portato avanti delle linee di assistenzialismo anziché cercare di risolvere il problema alla base".
E a livello istituzionale? "Il primo passo dovrebbe essere quello di concedere la cittadinanza perché ci troviamo di fronte a persone nate in Italia ma senza permessi di soggiorno, persone che sono senza documenti, quindi inesistenti. Poi bisognerebbe puntare sul lavoro, sui giovani e sui corsi di qualificazione: una certa autonomia lavorativa permetterebbe loro di non far proliferare attività illegali. E poi c'è il problema delle abitazioni: in Italia abbiamo vere e proprie favelas. Molti pensano che i rom siano delle persone libere, ma è una gran bugia: chi vive in baracca, chi vive tra i topi non è mai una persona libera".
Le richieste di Carla Osella difficilmente trovano ascolto a livello politico. "Tuttavia ci stiamo accorgendo che questa campagna elettorale è diversa dalle altre: per fare un nome tra tanti, Berlusconi non ha ancora attaccato le minoranze. Monti non è interessato al tema. Sono più presi a farsi la guerra l'un l'altro. Bersani è stato l'unico a parlare a favore degli immigrati. Questa è la prima campagna, da quindici, vent'anni in cui gli stranieri non vengono utilizzati come carta per guadagnare voti. Persino la Lega Nord si sta moderando, forse perché deve prima leccare le ferite di casa propria".
I pogrom delle periferie
Per cambiare veramente qualcosa servirebbe tuttavia l'intervento dei singoli, della cosiddetta gente comune che, e Osella ne è convinta, ha il potere di far prendere una direzione nuova alla storia. "Provoca rabbia vedere come troppo pochi si occupino di questo problema. Anche i comuni stessi potrebbero fare molto di più. L'Europa ha stanziato settecento milioni di euro per la gestione dei rom e dei sinti in Italia. Io guardo i campi dove sono costretti a vivere e mi chiedo: che fino hanno fatto questi soldi?" Secondo Osella basterebbe avere il coraggio di parlare per modificare una situazione di intolleranza che in Italia sfocia spesse volte in veri e propri episodi di odio etnico, come il rogo della Cascina della Continassa, seguito alle false accuse di una sedicenne che aveva raccontato al fratello di essere stata stuprata da alcuni rom, raccontato da Osella e da Mara Francese nel libro-diario Il Pogrom della Continassa, edito da Sabbiarossa nel 2012.
Una vita, quella di Carla Osella, passata dunque a dar voce a quel popolo di ultimi, di dimenticati che spesso passano sotto silenzio, così come è passato sotto silenzio il loro genocidio. Spesso vittime di un'insofferenza diventata odio i sinti ed i rom vengono discriminati e condannati in quanto popolo. "Bisognerebbe non fare di tutta l'erba un fascio - dice ancora. E avere la grandezza di Ceija Stojka (scomparsa qualche giorno fa, ndr), rom austriaca che ho intervistato per il mio ultimo libro, che, sopravvissuta all'inferno di Bergen-Belsen vivendo nascosta tra le cataste di corpi morti, parlando dei nazisti ha ancora il coraggio di dire 'io non mi sento di odiarli, perché sono uomini come noi'".
****************
L'AUTRICE
La "gagè" che vive in luoghi abusivi
Nata a Torino Carla Osella è pedagogista, pubblicista e scrittrice. Nel 1971 inizia a vivere con un gruppo di sinti piemontesi nei siti abusivi. Sono proprio loro a chiederle di fondare un sindacato. Osella dà allora vita assieme a 431 famiglie sinte alla "Aizo rom e sinti", un'associazione di volontariato che intende operare per la tutela dei diritti civili e politici del popolo Rom e Sinto. Ne diventa presidente e, nel 1978, inizia a pubblicare il bimestrale di antropologia e politica "Zingari Oggi", al quale segue la collana "Quaderni Romani". Nel 2012 è eletta, quale unica gagè, alla "Commissioner for Holcaust" nell'ambito del Congresso Mondiale della Popolazione Rom (Wro). Carla Osella, che i rom e sinti di diversi paesi chiamano "la bibì", la zia, lavora da quarantun anni a stretto contatto con il popolo al quale ha dedicato numerosi libri. Fra questi, si segnalano: "I rom. Il popolo che segue il sole" (2009), edito da Effatà; "Il Pogrom della Continassa. I rom a Torino" (2012), scritto a quattro mani con Mara Francese ed edito da Sabbiarossa; "Rom e sinti. Il genocidio dimenticato" (2013), pubblicato da Tau Editore
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17/10/2012
Monti:"Ricordo come ancora oggi il genocidio di Rom e Sinti sia dimenticato"
da http://qn.quotidiano.net/cronaca/2012/10/16/787909-shoah-...

Shoah, Monti: "La crisi può avere ricadute xenofobe,
serve la memoria
per costruire il futuro"
Il premier alla commemorazione del rastrellamento nazifascista del Ghetto di Roma
Mario Monti: "La memoria non è una condizione accessoria ma è strumento per interpretare il presente e costruire il futuro. Ricordo come ancora oggi il genocidio di Rom e Sinti sia dimenticato"
Roma, 16 ottobre 2012 - “La crisi può avere ricadute anche nella convivenza civile: penso alle spinte xenofobe che emergono in formazioni politiche di alcuni Paesi europei”. Lo ha detto il presidente del Consiglio, Mario Monti, intervenendo alla commemorazione del rastrellamento del Ghetto di Roma, avvenuto il 16 ottobre 1943, ad opera dei nazifascisti.
Monti rileva, infatti, “violenza ed ostilità diffuse verso i Rom e - ha aggiunto - ricordo come ancora oggi il genocidio di Rom e Sinti sia dimenticato. E’ intenzione del governo, e mia personale, di portare questi temi al livello, non solo dei consessi internazionali, ma dei capi di Stato e di governo”.
Ricordando il rastrellamento del Ghetto di Roma, Monti ha poi spiegato: “quel 16 ottobre furono deportate oltre mille persone e, per gli ebrei, cominciò un tempo doloroso in cui si vide il coraggio di molti romani che, a rischio della vita, aiutarono e nascosero i loro concittadini di origine ebraica, ma si videro anche esempi di viltà, di chi collaborò con i nazifascisti e di chi vendette gli ebrei ai loro carnefici”.
“La memoria non è una condizione accessoria - ha ammonito il presidente del Consiglio - ma è strumento per interpretare il presente e costruire il futuro”. In questo senso, Monti ha voluto ricordare la figura di chi, scampato all’orrore dei campi di sterminio, si è assunto la responsabilità di raccontare: “voglio ricordare Shlomo Venezia, a cui è dedicata la giornata di oggi e che è scomparso nei giorni scorsi. Ormai da molto tempo la data del 16 ottobre fa parte di una memoria condivisa”.
Non è poi sfuggita al presidente del Consiglio la folta rappresentanza di immigrati presenti questa sera al Portico d’Ottavia, in piazza 16 ottobre 1943. “Ci sono oggi tanti italiani di nascita, ma tantissimi di adozione. Il vostro essere qui mi da una speranza diversa nel futuro. Oltretutto, l’attentato di Tolosa ci dice che il pericolo non è scongiurato definitivamente, ma noi non vi lasceremo soli, nemmeno davanti ai tentativi di revisionismo e minimizzazione dell’Olocausto”.
LA UE NON DEVE AVERE LE FONDAMENTA EROSE, SERVE MEMORIA DI QUEI GIORNI - “Nel momento in cui completiamo il pinnacolo più alto della cattedrale dell’integrazione europea, con l’euro, e l’Unione europea riceve il premio Nobel per la Pace non possiamo pensare che questa stessa cattedrale possa avere le fondamenta erose a causa della disintegrazione e disgregazione”.
Sottolineando l’importanza di mantenere viva la memoria di quei giorni, il presidente del Consiglio ha spiegato: “fare memoria significa anche assumersi delle responsabilità. L’Italia è un grande Paese, ma a volte lo si dimentica. Oggi è una occasione per rilanciare un patto di convivenza e un patto di integrazione”. “Per questo - ha aggiunto - ho voluto un ministro dell’Integrazione nel mio governo, nella persona di Andrea Riccardi. Ed è sempre per questo che ho voluto un ministro della Coesione, Fabrizio Barca. Coesione e integrazione - ha concluso Monti - devono essere parole preziose”.
“Quanto avvenuto il 16 ottobre - ha continuato Monti - è stato non solo un tentativo di eliminare la comunità ebraica più antica dell’Occidente, ha avuto anche un obiettivo ben più radicale e ambizioso nella sua perversione. In quel frangente tanti romani non ebrei hanno offerto il loro aiuto, molti mossi per istinto di umanità, altri per fede cristiana. Questo dimostra che anche nei momenti più difficili di una città il bene non viene mai sacrificato definitivamente. Ancora oggi, dopo la Shoah, l’odio razziale assume forme di violenza e disprezzo contro il diverso. E voglio concludere citando Primo Levi: chi nega Auschwitz è pronto a ripeterlo”.
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02/02/2012
IL PRESENTE DELLA MEMORIA
IL PRESENTE DELLA MEMORIA
Mostra fotografica / documentale sul Porrajmos, Shoah...
Mostra fotografica / documentale sul Porrajmos, Shoah e Omocausto
Mantova, Palazzo della Ragione
A cura di Articolo 3 Osservatorio sulle discriminazioni, in collaborazione con: UNAR, Comune di Mantova, Provincia di Mantova, Istituto di Cultura Sinta, Comunità Ebraica di Mantova, ArciGay "La Salamandra" e Sucar Drom
Mantova.TV - OnDemand
www.mantova.tv
Mantova.TV - Web TV on demand di Mantova e Provincia
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26/01/2012
#Porrajmos, Sterminio e resistenza del popolo #rom - spot
Porrajmos, Sterminio e resistenza del popolo rom - spot
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L'Associazione 21 luglio e Popica Onlus organizzano il 5 febbraio 2012 dalle ore 18 al Teatro Valle Occupato di Roma una serata per ricordare lo sterminio de...
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Concerto per il Giorno della Memoria a San Giuliano Milanese il 27 gennaio 2012...
Concerto per il Giorno della Memoria a San Giuliano Milanese il 27 gennaio 2012...

Concerto per il Giorno della Memoria a San Giuliano Milanese il 27 gennaio 2012 : Svoboda Orchestra
www.svoboda.it
By Sergio on gen 20, 2012 in concerti, Ebrei, featured, giornata memoria, graditi ospiti, gypsy, klezmer, Porrajmos, rom, shoah, Svoboda Orchestra
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23/01/2012
Il Museo Del Viaggio Fabrizio De Andrè invita a 4 importanti appuntamenti dedicati alla memoria del Porrajmos
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19/10/2011
A People Uncounted
Documentary focusing on plight of Roma plays at Heartland – YouTube
Documentary focusing on plight of Roma plays at Heartland
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15/10/2011
Di ritorno da Torino (news su rom sinti e kalé ; da mahalla, fabrizio casavola)
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27/08/2011
Master of Arts in Holocaust Studies – A Multidisciplinary Program to be opened in October 2012
Master of Arts in Holocaust Studies – A Multidisciplinary Program to be opened in October 2012
Master of Arts in Holocaust Studies
A Multidisciplinary Program
to be opened in October 2012
Today, there are still many questions regarding the Holocaust which remain unanswered and research paths that have not yet been taken. The recent opening of historical archives in Eastern Europe provides a unique opportunity for a new generation of scholars to be the first scholars to examine and research the newly uncovered documents, shedding light on the events and meaning of the Holocaust period.
The multidisciplinary M.A. Program in Holocaust Studies at the University of Haifa is an academic program at the highest level. The program enables students to approach the study of the Holocaust from a variety of disciplines and subjects including: history; international law; social psychology; trauma and genocide.
The program aims to achieve the following goals:
- To train and develop a new generation of leading scholars and educators in the field of Holocaust studies
- To provide a well-rounded curriculum in Holocaust studies grounded in both the humanities and social sciences that includes essential languages and diverse methodologies
- To expose students to primary documents and sources from a variety of historical archives in Israel and abroad
Proposed Course of Study
- Diverse research methodologies
- Basic foreign language
- Hands-on research at Israeli’s leading Holocaust archives
- Well-rounded curriculum in History and Social Sciences
Courses offered include: the history of Nazi Germany; Polish Jewry in the interwar period; social history of the family, women and children in the Holocaust period; representations of the Holocaust in the European novel and in European cinema; psychological aspects of Holocaust trauma; anthropology of memory, trauma and commemoration; international law and genocide; training in Eastern European languages; interview, testimony, photography, and video analysis techniques and guided work in archives in Israel and abroad.
Research using Primary Sources
A unique aspect of the program is cooperation with museums and archives inIsrael and abroad, such as Yad Vashem and the Ghetto Fighter’s House museum inIsrael, the Fritz Bauer Institute inGermanyand thePolishAcademy. Student research at these institutes will be based mainly on primary sources and will develop the skills necessary for writing academic research papers.
During the program, students will travel to Germany andPoland to visit historical sites related to Jewish life before and during the Second World War. The visits will involve seminars with local students and leading German and Polish scholars.
International Cooperation
The program is offered in collaboration with the Strochlitz Institute for Holocaust Studies at theUniversityof Haifa. The program is directed by Professor Arieh J. Kochavi, Head of the Strochlitz Institute, a prolific and prominent scholar of World War II, diplomatic history of the 20thcentury, refugees and displaced persons in Europe, refugee organizations, prisoners of war, the Holocaust and anti-Semitism. For more information about the institute, please visit: http://holocaust-center.haifa.ac.il.
Ph.D. candidacy will be considered for students who complete the program with honors.
For more information about the program write to: ygranot@univ.haifa.ac.il
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Museum of Romani Culture Organize Commemoration Ceremony for Roma Victims
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17/08/2011
Retracing Roma roots
The Holocaust already had personal significance for the 28-year-old Toronto director, who is Jewish and counts Holocaust survivors on his father's side of the family. Yeger jumped at the opportunity to tell another side of this dark moment in history.
"It was a very good way to learn more about racism and genocide in general," he said in a phone interview Monday. "Also, there's certainly a kinship of sorts between these two cultures, because of our shared path in Europe."
More than 500,000 Roma were killed during the Holocaust, a small but significant number compared to the 6 million Jews who perished.
"Our ashes mingled in the ovens," states a Romani proverb, cited in the film.
That's but a glimpse of the sobering and often heartwrenching observations, facts and fictions about the Roma presented in A People Uncounted.
Balance was key, as Yeger and his team endeavoured to present the devastating personal accounts and piles of information gathered while leaving viewers a little breathing room.
He had a tonal blueprint of sorts in a movie he studied during his time at Ryerson University's image arts program: Michael Moore's Bowling for Columbine.
"I liked that it was an activist documentary, but it had entertainment value, pop culture and music - it made you laugh and cry. It took the emotional breadth you get in dramatic fiction and put it into a documentary."
So imagine Yeger's excitement when he and his immediate collaborators - producer Marc Swenker and cinematographer Stephen C. Whitehead, fellow Ryerson grads with whom he is working on another documentary, about rock 'n' roll pioneer Chuck Berry - landed Columbine editor Kurt Engfehr for the project.
At that point, they had approximately 100 hours of footage, much of it collected during a 42-day journey through Eastern Europe.
"It was a unique and lifechanging experience," Yeger said of the trip. "We were not travelling in utmost convenience. We flew into Vienna with a massive quantity of equipment - six of us, this indie documentary crew. We travelled 8,000 kilometres, and visited eight countries. It was a relentless process. We would film, drive, film, drive, with brief moments of break.
"It was very exciting, not only geographically going into these countries - including places in Romania and Ukraine, where Western tourism is limited - but, of course, meeting the Roma people along the way. There were scholars, activists, academics, politicians, and also just families.
"We made arrangements to see how people live; they are some of the warmest, most generous people I have ever met. We visited places where people were living in crushing poverty. We would arrive to film them and there would be a spread of food prepared, with whatever they could afford."
Yeger and his crew emerged with an overwhelming amount of material to choose from. Originally hoping to track down three or four Roma Holocaust survivors, they ended up finding approximately 20, all of them eager to tell their tales of personal tragedy, family members lost, and traumatic memories that continue to haunt them.
Add to that interviews with a wide range of specialists and authorities, and the question became not only what to keep and what to leave out, but how to combine it all into a compelling narrative. They realized they needed professional help.
"We came back from the shoot in Europe, and we were very pleased with our footage," Yeger said. "We basically got everything we wanted and thought we needed to take it to the next level. Documentaries are done so much in the editing that we figured we needed someone with real chops, real experience in this type of filmmaking, who was able to take a heavy subject and make it accessible."
Enter Engfehr, who pushed Yeger to pare down the information, focus on personal stories and seek out more archival footage. From Cher to Shakira, a revealing range of pop culture references are compiled in the film, emphasizing the multitude of ways in which the Roma have been misrepresented over the years.
Ultimately, their plight is related not only to the Jews, but also to that of the African-American civil rights movement and to genocides in Darfur, Sudan, Cambodia and Bosnia-Herzegovina.
The resulting message in Yeger's film is of the need for a more unified view of humanity, and of the responsibility of individuals and communities to protect the rights of all of their citizens.
"I felt a need to (show people) what happened in the past, what's happening in the present, and most importantly that - in all cultures - genocide can happen again, and sadly it probably will."
A People Uncounted screens Saturday and Sunday at 11 a.m. and Tuesday at 7: 10 p.m. at the NFB Cinema, 1564 St. Denis St., as part of the Montreal World Film Festival. Visit montreal gazette.com/festivalcentral for more coverage, or visit ffm-montreal.org.
Link: http://www.montrealgazette.com/news/Retracing+Roma+roots/...
THANK'S
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03/08/2011
2/8 day of Remembrance for the National Roma (Gypsy) Genocide
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07/06/2011
news on roma: Serbia, America, Porrajmos, Hungary
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16/05/2011
16 maggio 1944: la rivolta dei gitani ad Auschwitz
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11/05/2011
LO STERMINIO DEGLI ZINGARI DURANTE LA SECONDA GUERRA MONDIALE
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04/05/2011
6/5 a crescenzago: a forza di essere vento
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25/04/2011
Zoni, petit Manouche, a vu sa famille pour la dernière fois sur un quai de gare en 1944
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Parmi celles et ceux qui ne sont pas revenus des camps nazis, on oublie souvent les centaines de milliers d'hommes, femmes et enfants des peuples Rom et Sinti
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14/03/2011
porrajmos
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28/01/2011
PORRAJMOS
- Ernesto Rossi - presidente associaz. ApertaMente di Buccinasco e associaz. Aven Amentza -Unione Rom e Sinti Onlus
- Valentina Romanò - Studentessa PROGETTO MEMORIA all'ITCS Primo Levi
- Flavio Caselli - Presidente ANPI Bollate e Baranzate
- Laura Tussi - Docente, giornalista e autrice del libro Memorie e Olocausto
e, nell'occasione dell'iniziativa dell'ANPI di sabato 29 alle ore 20:45 (invito in allegato)
NON MANCARE!!! Puoi intervenire durante la trasmissione scrivendo all'indirizzo diretta@radiocittabollate.it o telefonando allo 02 3503000 Conducono: Franco, Chiara e Giuseppe Alla regia: Hugo Replica Domenica 30 gennaio alle ore 21:30
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Giuseppe Saponara
Ass. Socialskopyo
340 6706843
giuseppe.saponara@gmail.com
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27/01/2011
TheRomaniWay
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15/01/2011
La finestra di U Velto
La finestra di U Velto
Milano, sentenza storica!
Il Tribunale civile di Milano ha accolto il ricorso presentato da dieci rom del campo milanese di via Triboniano contro il sindaco Letizia Moratti, il ministro dell'Interno Roberto Maroni e il prefetto...
Milano, rom: è una questione di giustizia
Ha ragione don Colmegna: smettiamola di soffiare sul fuoco della paura contrapponendo i rom a chi è in attesa di una casa Aler. Cosa ha detto il tribunale? Che negare le case a queste famiglie perché rom è...
Il Giorno della Memoria 2011: le proposte sul Porrajmos
L’Istituto di Cultura Sinta ogni anno organizza eventi in tutta l’Italia per riflettere sulle persecuzioni su base razziale subite dalle minoranze sinte e rom durante il fascismo e il nazis...
Padova, il giorno della conoscenza della Campagna Dosta!
La Missione Evangelica Zigana (MEZ) organizza una giornata con lo scopo di far conoscere ai padovani le ricchezze espresse delle culture sinte e rom: "Il giorno della conoscenza, le ricchezze delle culture si...
Mirko, Amilcare e la memoria dell'Italia
In questi ultimi giorni sono morti Mirko Levak, rom kalderash di Marghera, l’ultimo rom sopravvissuto ad Auschwitz, e Amilcare Debar (in foto), detto «Taro», sinto piemontese, staffetta e partigiano combattente (col nome di «Cors...
Albenga (SV), Migrantes cerca collaboratori
"Ero forestiero e mi avete ospitato"… È con questa citazione del Vangelo di Matteo che la Migrantes diocesana di Albenga ha deciso di presentarsi e chiedere aiuto a tutti coloro che hanno buona volontà. Un atteggiamento c...
Marmirolo (MN), Sucar Drom e le famiglie sinte ricorrono al Consiglio di Stato
In seguito alla sentenza del TAR di Brescia e alle notizie stampa diffuse in questi giorni ecco il comunicato stampa diffuso questo pomeriggio ai mezzi d’informazione...
Lacio Nevo Bers, un augurio per il 2011
Quest’anno l’Istituto di Cultura Sinta augura a tutti un Buon Anno Nuovo, pubblicando un breve testo tratto dal libro “Non chiamarmi zingaro” di Pino Petruzzelli, edito da Chiarelettere editore. Il breve testo è estratto da un dialogo che l’autore ha con il pittore sinto Olimpio Cari detto Mauso...
Trento, Vagane Sinti in concerto per Il Giorno della Memoria
Sinti project international invita mercoledì 26 gennaio 2010 all’evento che si terrà al Centro sociale Bruno in via Dogana n. 1 (a pochi metri dalla stazione FS Trento/Malè) per celebrare il Giorno della Memoria. Si inizia alle 18.00 all’Enolib...
Fondazione "Anna Ruggiu", premiazione dei giovani rom vincitori delle borse di studio - IX edizione
La Fondazione "Anna Ruggiu" onlus assegnerà tre borse di studio a giovani rom che si sono distinti nel corso dello anno scolastico 2009 – 2010: Teresa Sulejmanovic di Selargius; Milena Dragutinovic di Sinnai e Cristian Stoijanovic di Pabillonis saranno premiati sabato 22 gennaio...
Arezzo, interviene la Curia sul sacerdote che inneggia a Himmler
Pubblichiamo la nota della Curia della Diocesi di Arezzo-Cortona-Sansepolcro dopo la pubblicazione sul giornale “Vita parrocchiale” di una dichiarazione scioccante di Don Virgilio Annetti (in foto). Ringraziamo pubblicamente il Vescovo e il Vicario generale per il pronto intervento...
grazie
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01/01/2011
Germania
Scritto in MAHALLA - FABRIZIO CASAVOLA | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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19/12/2010
porrajmos
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14/11/2010
porrajmos, samudaripen
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24/10/2010
latcho drom , auschwitz
Gitanos En la Red
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18/10/2010
news su rom e sinti
17/09/2010
Coming and Going - The Holocaust
Dave Slee tramite Yvonne Slee:
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15/09/2010
NEWS SU ROM E SINTI - ANCORA 15/9 DA FACEBOOK E MEDIA
tramite Parti Socialiste: 
Martine Aubry - L'affaire de la circulaire sur les Roms est tout sauf «un malentendu» www.parti-socialiste.fr
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Il ricordo che non avevo (preview Italian - English - Español - Français) Il ricordo che non avevo - romanzo di Alberto Melis Ci sono pagine di Storia dimenticate, come quella del Porrajmos, il genocidio nazista del Popolo Rom. Matteo, Angela e Nazifa Bebé seguono le trac...
Porrajmos - Samudaripen Settela Steinbach, a Romani girl,peering from a transport cattle wagon on its way to Auschwitz, 1943....
Porrajmos - Samudaripen
I sommersi
Il 20 ottobre 1945 iniziò il Processo di Norimberga: imputati i criminali di guerra nazionalsocialisti. Un anno più tardi, nei dispositivi di sentenza, soltanto poche righe ricordavano lo sterminio del Popolo zingaro: « I gruppi di azione ricevettero l'ordine di fucilare gli Zingari. Non fu fornita nessuna spiegazione circa il motivo per cui questo popolo inoffensivo, che nel corso dei secoli ha donato al mondo, con musica e canti, tutta la sua ricchezza, dovesse essere braccato come un animale selvaggio. Pittoreschi, negli abiti e nelle usanze, essi hanno dato svago e divertimento alla società, l'hanno talvolta stancata con la loro indolenza. Ma nessuno mai li ha condannati come una minaccia mortale per la società organizzata, nessuno tranne il nazionalsocialismo, che per bocca di Hitler, di Himmler, di Heydrich, ordinò la loro eliminazione».
In queste poche frasi della sentenza, nella quale si mostra peraltro di ignorare la Storia degli Zingari in Europa e le persecuzioni avvenute in passato, c'è tutta la povertà d'indagine, l'indifferenza è la superficialità con le quali il tentativo di genocidio zingaro è stato sbrigativamente ignorato non solo dai tribunali di guerra ma anche dalla stragrande maggioranza degli storici che ricostruirono il fenomeno hitleriano.
Sicuramente ciò è dovuto, almeno in parte, al fatto che gli Zingari, gente per la gran parte nomade, non ha mai avuto una Storia facilmente ricostruibile e, di conseguenza, anche le operazioni di sterminio che su essi si abbatterono ebbero come unici riscontri o le testimonianze dirette o i pochi documenti nazisti che si salvarono dalla distruzione.
Ma io credo che questo scarso impegno degli storici sia dovuto, anche e soprattutto, al fatto che pochi di essi furono realmente interessati a questa parte della Storia che, ancora oggi, resta in gran parte «sommersa», tutta da «salvare», tutta da ricostruire.
Eppure la ricomposizione di questa parte della Storia, la messa in risalto di ciò che successe ai Rom, potrebbe essere di grande aiuto per un'analisi più completa del fenomeno nazionalsocialista sin dalle sue origini.
Quando oggi si disquisisce dell'ideologia nazista, e dei sui tentativi di genocidio, si accentra l'attenzione sul massacro del Popolo ebreo. E ciò è corretto se, oltre la quantità numerica dello sterminio, si pensa a quanto furore, a quanta spietata volontà di morte, a quanta mostruosa sapienza tecnologica vennero impiegate dai tedeschi nella loro opera che colpì, primi fra tutti, proprio gli Ebrei.
Tuttavia ciò può portare facilmente ad un grave errore: l'odio verso gli Ebrei, che si nutriva degli incubi mistico-demoniaci, politici ed economici della Germania post-Weimar, sembra quasi diventare la motivazione prima di un razzismo che invece aveva ben altre basi ideologiche e scientifiche e che per questo era infinitamente più pericoloso. Questo errore è sicuramente dovuto anche al fatto che ciò che sin ora si è posto in primo piano è stato l'aspetto politico del nazionalsocialismo, interpretato come una macchina di sopraffazione perfettamente organizzata, capace di rielaborare, tutt'al più in maniera rozza e imperfetta, l'ideologia germanica preesistente e di piegare ai suoi voleri la scienza e la tecnologia.
In realtà, e la storia dell' eccidio degli Zingari lo dimostra (poiché esiste un filo continuo tra le persecuzioni avvenute prima e dopo l'avvento di Hitler), la vera essenza dell'inenarrabile, della mostruosità ideologica, sonnecchiava all'interno del mondo culturale e scientifico germanico, pronta a risvegliarsi e a trovare braccia e gambe che l'avrebbero fatta forte e portata lontano.
Come separare il «dopo», da tutto quanto ben «prima» era stato teorizzato? Come dissociare il mito della storica missione della Deutsche Nation di Fichte, i deliri di purezza razziale di Jahn, il fanatismo intellettuale del Circolo di Bayreuth, l'Alldeutschtum (il pan germanismo) di Von Treitschke, l'orrida prevvegenza di Ploetz, da tutto quello che poi successe?
Benno Miiller-Hill, Direttore dell'Istituto di Genetica all'Università di Colonia, muovendosi su un terreno infidamente minato per l'ostracismo manifestato dal mondo accademico tedesco, ha ricostruito dall'interno, dal mondo degli antropologi, degli eugenisti e degli psichiatri, il massacro razziale degli Zingari e delle altre razze, o categorie della propria razza, ritenute inferiori.
L'analisi dello scienziato tedesco non può non riportare alla memoria quanto da altri già espresso sul nostro Lombrosismo, e su quanto esso avrebbe potuto rivelarsi letale, se non si fosse sviluppato all'interno di una cornice culturale che aveva già in sé gli anticorpi scientifici e filosofici atti a contrastarlo.
Benno Miiller-Hill, chiedendosi perché lo sterminio degli Zingari, degli Ebrei e dei malati di mente fosse avvenuto proprio in Germania e non negli altri stati fascisti (se non per contagio), trova questa risposta: «La Germania apparteneva ai paesi che erano guide mondiali nel campo della scienza e dell'industria. La psichiatria e l'antropologia erano ancora le migliori e le più sviluppate. (...) Quando Hitler prese il potere, psichiatri ed antropologi ne furono entusiasti, poiché vedevano in lui il realizzato re e il promotore delle loro idee».
Alla sua cronaca degli eventi, in relazione al primo periodo del Novecento tedesco, mancano però un preambolo e una data importante: la Germania è sempre stata la nazione nella quale gli Zingari sono stati assoggettati, repressi o trucidati più che in altre parti d'Europa e già nel 1899, a Monaco di Baviera, esisteva uno specifico Ufficio di Polizia che si occupava esclusivamente di loro e che poi si trasformò nella Centrale Nazionale delle questioni zingare.
Queste, tra le altre, alcune delle date ritenute fondamentali da Benno Muller-Hill:
- 1900: vengono riscoperti i lavori di Mendel. Gli scienziati tedeschi credono di trovare conferme sull' eredità di intelligenza e patologia attraverso la genetica mendeliana. «Essi pensano che sarebbe loro compito impedire l' aumento sia delle razze inferiori che degli inferiori della propria razza, onde evitare l'imminente tramonto della cultura europea»4;
- 1904: fondazione degli Archivi per le razze e per la biologia sociale;
- 1905: fondazione dell' Associazione per l'igiene razziale;
- 1920: il giurista Binding e lo psichiatra Hoche pubblicano il libro «La liceità di terminare la vita indegna di essere vissuta»;
- 1923: Adolf Hitler, in carcere dopo il putsch di Monaco, legge il libro di Baur-Fischer-Lenz «Eredità nell'uomo e igiene razziale», dal quale trae spunto per l'idea razziale esposta in «Mein Kampf»;
- 1927: viene fondato a Berlino il KWI (Kaiser Wilhelm Institut) per 1'antropologia, la genetica e l'eugenica;
- 1932: si raccomanda una legge (l' Eugenica per il benessere del popolo) tesa alla sterilizzazione degli inferiori;
- 1933: il ministro della Giustizia Guertner sollecita una legge che proibisca i matrimoni interrazziali;
- 1933: l'antropologo Fischer, eletto rettore dell'Università di Berlino, definisce la politica del Governo come politica biologico-demografica, cura dell'importanza vitale dell' eredità e della razza e orientata alla selezione e all'eliminazione;
- 1934/35: presso il KWI si tiene il primo corso in antropologia per i medici delle SS;
- 1936: il ministro degli Interni ordina un rilevamento di biologia ereditaria;
- 1936: lo psicologo e psichiatra R. Ritter inizia, con l'appoggio della Società Tedesca per la Ricerca, presso il Centro di Igiene Razziale e di Ricerche politico-demografiche, il lavoro sugli Zigani;
- 1938: Ritter riceve un contributo di 15.000 marchi per i suoi studi sulla asocialità e sulla biologia degli ibridi (Zigani ed Ebrei);
- 1938: si discute la possibilità di una legge che preveda la sterilizzazione e il Campo di Concentramento per tutti gli asociali; - 1939: 10 settembre, Ritler inizia la seconda guerra mondiale.
In tutto questo periodo i contatti tra scienziati e uomini di potere si mantennero ovviamente molto stretti. Scienza e politica, ed era la seconda a trovare nella prima l'oggettività e la credibilità ideologica delle quali abbisognava e per le quali non era sufficiente la sola volontà di potenza, si trovarono unite nel progetto di sterminio.
Un progetto di sterminio che, prima ancora che sugli Ebrei e sugli Zingari, si abbatté sui diversi della stessa razza tedesca: i malati di mente e i disabili gravi vennero uccisi a decine di migliaia grazie ad apposite istruzioni su quello che Ritler chiamava «diritto all'eutanasia».
Sugli Zigani, che non scatenavano nella borghesia nazista incubi di natura mistico-religiosa, né appetiti economici, né tanto meno fobie di tipo politico (Ebrei=comunisti), si perpetrò l'accusa di costituire una razza, sì di origine indo-ariana, ma ormai impura e del tutto inutile e asociale.
Gli studi del prof. Ritter e della sua assistente Eva Justin, dovevano dimostrare che i 30.000 Zigani tedeschi, dei quali solo 5.000 ancora nomadi, erano ormai divenuti un gruppo razziale «ibrido» e perciò destinato all' eliminaZIOne.
Questa la classificazione che Ritter e Justin fecero degli Zigani tedeschi:
- Z = zingaro puro;
- ZM = zingaro meticcio;
- ZM 1 = metà zingaro e metà tedesco;
- ZM2 = metà ZMl e metà tedesco;
- ZM+ = zingaro più che a metà; - ZM- = tedesco più che a metà;
- NZ = non zingaro.
Il 20 gennaio 1940 il prof. Ritter scrive che «gli Zigani non erano affatto Zigani, bensì ibridi con il sottoproletariato dei criminali e degli asociali tedeschi». (...) «... si rivelò la possibilità di constatare che più del 90% dei cosiddetti Zigani indigeni siano degli ibridi. Ne segue che per un incrocio razziale indigeno, gli Zigani si mescolano prevalentemente con vagabondi, asociali, criminali ed a causa di ciò si è prodotto un sottoproletariato di Zigani e vagabondi, che è costato allo Stato somme incalcolabili per l'assistenza. (...) Come ulteriore risultato della ricerca, abbiamo osservato che gli Zigani sono del tutto primitivi dal punto di vista etnologico, ed il loro ritardo spirituale li rende incapaci all'adattamento sociale. (...) La questione zigana potrà dunque considerarsi risolta, solo quando il grosso degli ibridi zigani, asociali e fannulloni, sarà riunito in grandi campi mobili di lavoro, e quando l'ulteriore aumento di questa popolazione mista sarà definitivamente impedito. L'istinto di ricerca sull'igiene razziale è già oggi capace di esprimersi oggettivamente sul grado di mescolanza e sul valore ereditario di ogni singolo così detto Zigano, cosicché per la messa in atto di misure di igiene razziale non ci sono più problemi... »
Ma già nel 1936, secondo Mirella Karpati, erano cominciate le misure di igiene razziale.
Convogli di Zigani erano stati inviati nel Campo di Concentramento di Dachau: era iniziata la soluzione finale.
Con l'inizio della guerra le deportazioni si fecero più massicce e, in ogni nazione occupata dall'esercito tedesco, la sorte degli Zingari era segnata: o il Campo di Concentramento o la fucilazione sul posto.
Le popolazioni dei territori occupati, soprattutto quelle dell'Est, vennero suddivise in quattro categorie (in previsione del successivo sterminio dei Polacchi e dei Russi), I, II, III, IV: a quest'ultima, quella destinata ad una morte «sul posto», appartenevano gli Zingari.
La maggior parte delle vittime del massacro moriranno per le strade, nei villaggi distrutti, negli accampamenti dati alle fiamme dai gruppi di assalto.
In Serbia la questione zingara venne risolta definitivamente: nazisti e ustascia, tra quelli che non erano riusciti a fuggire, non ne lasciarono vivo nemmeno uno. Tra i Roma residenti a Cagliari qualche anziano ricorda ancora la fama dell'ustascia Artukovic, noto per la sua collezione di occhi strappati ai bambini e alle donne zingare.
I massacri si estesero anche ai Balcani, in Olanda, in Belgio.
In Norvegia sopravvissero solo alcune decine di Zingari. In Francia vennero allestiti decine di Campi di Concentramento. In Italia alcuni Campi vennero costruiti vicino a Campobasso, nei pressi di Teramo, Bolzano e Cosenza.
Secondo Mirella Karpati un Campo di raccolta venne progettato anche in Sardegna, a Perdasdefogu, al quale sarebbero stati destinati gli Zingari della Venezia Giulia: testimonianze orali lo confermerebbero ma non è stata trovata alcuna traccia documentale.
Si è calcolato che all'interno dei Campi di Concentramento in Germania e in Polonia perirono circa 520.000 Zingari8.
Kenrick e Puxon, che dell' eccidio danno ancora un' altra valutazione numerica, parlano, tra gli altri, di 25.500 deportati dalla Croazia, 40.000 dalla Francia, 20.000 dalla Germania, 100.000 dall'Ungheria, 25.000 dall'Italia, 50.000 dalla Polonia, 300.000 dalla Romania, 80.000 dalla Slovacchia, 200.000 dalla Russia, etc.9 Il numero esatto degli Zingari deceduti nel corso della seconda guerra mondiale probabilmente non si conoscerà mai, ma, cifre a parte (c'è chi ha parlato di 800.000/1.000.000 di morti), il piccolo Popolo degli Uomini rischiò davvero la definitiva scomparsa dal continente europeo.
Nel corso di tutta la guerra parecchi degli sfortunati che finirono nei Campi di Concentramento, prima di essere inviati alle camere a gas, vennero utilizzati per esperimenti scientifici di varia natura.
A Dachau, già nel 1938, 2.000 Zigani tedeschi vennero sottoposti ad esperimenti sul freddo e sul paludismo. A Buchenwald vennero impiegati in esperimenti sul tifo: gli si inoculava la malattia e poi si studiavano le reazioni sino al sopravvenire della morte. A Natzweiler-Stutthof Zingari francesi, cechi, polacchi ed ungheresi furono le cavie per gli esperimenti della società di studi sull' ereditarietà.
Ad Auschwitz un certo prof. Clauberg praticava la sterilizzazione tramite iniezioni intrauterine di formaldeide.
Sempre nello stesso campo di concentramento venne inviato, il 30 maggio 1943, il prof. J. Mengele, dottore in medicina ed in filosofia, proveniente dall'Ufficio principale per la razza e gli insediamenti di Berlino.
Il suo compito era quello di portare avanti due diversi progetti sulle «proteine specifiche» e sul colore degli occhi, dietro ordine ed in collaborazione con il prof. Werschuer, Direttore del KWI per l'antropologia.
Suo assistente era il dottor Nyiszli, un ebreo prigioniero che si salvò dalla morte e che più tardi, al processo di Norimberga, potrà testimoniare contro Mengele: raccontò, tra le altre atrocità, di aver preparato lui stesso gli occhi eterocromatici di quattro coppie di gemelli zingari trucidati poco prima.
Gli studi di Mengele vertevano soprattutto sui gemelli e sui nani.
I poveretti venivano misurati, poi uccisi e dopo ancora sezionati dallo schiavo-carnefice Nyiszli: «Dovevo togliere tutti gli organi di possibile interesse scientifico, in modo che il dotto Mengele potesse studiarli. Quelli che potevano interessare l'Istituto di antropologia in Berlino-Dahlem, venivano fissati in alcool. Tali parti venivano appositamente imballate, per essere spedite attraverso la posta. (...) I Direttori dell'Istituto di Berlino-Dahlem ringraziavano sempre vivamente il dotto Mengele per questo materiale raro e prezioso».
Mengele fece ogni tipo di esperimenti sugli Zigani ed in particolare sui gemelli monozigotici e dizigotici.
Terminata la guerra Mengele fu uno degli scienziati che riuscì a sottrarsi alla giustizia. Qualcun altro venne condannato dal Tribunale di Norimberga, altri ancora, la stragrande maggioranza, ripresero la loro normale attività accademica e qualcuno fece anche fortuna.
Eva Justin, collaboratrice di Ritter, dopo la guerra divenne «addetta di previdenza sociale». H. Grebe, assistente di Verschuer al KWI per l'antropologia, sarà nominato professore incaricato a Marburgo e successivamente diventerà presidente della Lega tedesca Medici Sportivi. Heinze, perito per l' eutanasia, divenne nel 1953 capo dell' Ambulatorio di psichiatria giovanile nell'ospedale di Wunstdorf.
F. Lenz, uno degli autori del libro che ispirò Hider nella sua politica razziale e già Capodivisione del KWI per l'antropologia, divenne professore straordinario a Gottinga. Konrad Lorenz, che nel 1940 aveva auspicato l'eliminazione degli asociali ad opera dei medici popolari, vinse il Premio Nobel per la medicina nel 1973 ed oggi lo si ricorda come uno dei padri dell' etologia.
Il prof. Verschuer, capo di Mengele, divenne ordinario di genetica umana all'Università di Mlinster.
H. Muckermann, prima Capodivisione del KWI, dopo la guerra fu reintegrato nel ruolo e più avanti formò un gruppo di ricercatori che, in ambito antropologico, ripresero i loro lavori. Uno dei temi indagati alcuni anni dopo la guerra fu «lo sviluppo somatico e psichico nei meticci europei-negri».
Il prof. Fischer, direttore del KWI per l'antropologia dal 1927 al 1942, andò tranquillamente in pensione. Sua figlia Gertrud così lo descrive a MiillerHill: «Mio padre era un uomo tenero. Di fini sentimenti. (...) Un pezzo di salsiccia di Lione e un quartuccio, era tutto quello che voleva».
Difficile riconoscere in quest'uomo lo scienziato che nel marzo 1943 così scriveva su Deutsche Allgemeine Zeitung: «È una rara e straordinaria fortuna, per una disciplina di per sé teorica, quando essa si trova a fiorire in un periodo in cui l'opinione generale le si fa incontro con riconoscimenti, anzi, in cui perfino i suoi risultati pratici sono benvenuti, e presi a base di misure statali.
Quando il nazionalsocialismo ha trasformato anni fa non solo lo Stato, ma anche l'opinione generale, la genetica si trovò ad essere abbastanza matura, da offrirgli una base».
Miiller-Hill, di fronte al mondo scientifico tedesco che dopo la tragedia rientrò compatto nei ranghi, negando ogni responsabilità diretta negli stermini di massa, ha scritto che «Il sangue versato è stato dimenticato con un 'intensità proporzionale ai milioni di volte in cui è stato versato. La storia recente dell' effetto di queste discipline umane (1'antropologia e la psichiatria, NdA) che si sono appropriate del pensiero genetico è da capogiro, e piena di crimini come un incubo. Da questo incubo molti genetisti, antropologi e psichiatri sono scivolati nel profondo sonno dell'oblio>>.
Quando lo studioso intervistò i padri scientifici del razzismo nazista ancora rimasti in vita, o i loro collaboratori, la risposta fu unanime: non sapevano nulla dei massacri e si consideravano scienziati «puri».
Il prof. Wolfang Abel, Capodivisione del KWI per l'antropologia, intervistato a Mondsee in merito alla soluzione finale riservata agli Zigani, risponde:
«Ma ce ne sono ancora tanti!».
Il dott. Helmut v. Verschuer, figlio del prof. Otmar, intervistato a proposito del rapporto di collaborazione tra suo padre e Mengele, rispose così: «Me lo ricordo come un tipo amichevole. All'Istituto, a causa della sua bontà umana, le signore gli avevano dato il nomignolo di Padre Mengele».
«Padre Mengele».
Lo stesso che uccideva i piccoli gemelli zingari con un'iniezione intracardiaca per poterne prelevare gli occhi e che al dr. Nyiszli, che gli chiedeva quando sarebbe finito lo sterminio, rispondeva: «Amico mio! Continua sempre, sempre!».
Da "La terza metà del cielo" di Alberto Melis Di:Alberto Maria Melis
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O Devla, Devla - Saban Bajramovic - Nicolas Sarkozy O Devla, Devla - Nicolas Sarkozy Gestank des Faschismus! Durata:5:34
Army of The Devil: Racist Terror [HQ] Army of The Devil: Racist Terror Durata:8:58
Parlamento europeo ha condannato la Francia 14/09/2010 Parlamento europeo ha votato il progetto di legge che condanna politica di deportazione di Francia di governo. E ' accettato , con 337 contro 245 "no" Ayes ... Di:Stojanovic Vojislav
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La Ue verso una procedura di infrazione a Parigi per le espulsione dei Rom www.gliitaliani.it Che fra Francia e Ue sul caso delle espulsioni dei Rom fortemente volute e cavalcate, per far risalire i sondaggi di gradimento mai così bassi, da Sarkozy tirasse una brutta aria era evidente da più di dieci giorni. Oggi una svolta nel braccio di ferro fra Parigi e Bruxelles. Si sta infatti andando ...
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13/09/2010
Gli sgomberi di famiglie Rom costituiscono violazioni dei diritti umani
tramite PORRAJMOS - Lo sterminio nazista di Rom e Sinti:
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, non so resistere ai convegni perché ogni volta mi capita di incontrare amici vecchi e nuovi e mi incanta come in pochi minuti si ricrei tra noi un clima cameratesco.
















