16/10/2010

NERI MARCORE' CONSIGLIA IL LIBRO DI ALBERTO MELIS

 

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Il ricordo che non avevo

IL RICORDO.jpg
Junior

I consigli per la lettura di Neri Marcore sul mondo dei Rom

  • Durata00:01:37
  • Pubblicato il14/10/2010

 

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CIAO

14/09/2010

foto storiche del popolo rom

15/08/2010

Nazifa Bebé a Fedora

Nazifa Bebé Ahmetovic aveva sette anni quando nel 1988 venne investita da un furgone mentre chiedeva l'elemosina a Cagliari; nel periodo tra l'inverno precedente e quello successivo, nelle baraccopoli zingare intorno alla città morirono altri 12 tra bambine e bambini, quasi tutti per broncopolmonite fulminante.

RICORDO DOLCE, DOLOROSO, STRUGGENTE...

PAOLO

 

home http://www.albertomelis.it/

Gira in tondo Nazifa Bebé sull'asfalto a piedi nudi a mezzogiorno; pressappoco d'estate. Gira in tondo, le caviglie sottili a sette anni; pressappoco felice...

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30/07/2010

Alberto Maria Melis: "Il ricordo che non avevo"

Il nuovo libro di Alberto Maria Melis:

"Il ricordo che non avevo"

 (preview Italian - English - Español)

Moni Ovadia: "Un libro coraggioso dove l’amicizia e il desiderio di conoscenza dissipano l’indifferenza e il pregiudizio nei confronti dei rom".
In libreria il 21 settembre 2010

Ci sono pagine di Storia dimenticate, come quella del Porrajmos, il genocidio nazista del Popolo Rom.
Matteo, Angela e Nazifa Bebé seguono le tracce lasciate da nonno Gabriel, che portano fino a Lodz e all'Obóz Cygański, il "lager degli zingari"...

Mondadori Junior Oro
In libreria: 21 settembre 2010

Anteprima Italiano
Dal Capitolo 11

Rupa che non aveva ali

(...) - Beh, cosa aspetti?
Seduta su una delle assi di poppa del barcone, il cui fondo era ancora umido per la pioggia del giorno prima, Angela attendeva impaziente che cominciassi a leggere il seguito della storia di Nanosh. Ma io continuai per qualche istante a fissare il panorama che si scorgeva oltre la sponda opposta del fiume, un campo incolto costellato da radi cespugli e, più in là, il solito groviglio di strisce d'asfalto soffocate dal traffico e la distesa di palazzi grigi e anonimi che si smarriva a perdita d'occhio.
Quando poco prima avevamo superato il boschetto di aceri, alcuni piccoli gabbiani erano scesi in picchiata sulle acque dell'Aniene, prima di impennarsi di nuovo verso l'alto e di scomparire alla nostra vista. E all'improvviso ero stato colto da una strana sensazione. Quella di trovarmi in un posto lontanissimo e sperduto, una terra straniera e di nessuno dove fino a pochi giorni prima non mi sarei mai sognato di posare i piedi.
- Hai mai pensato che è come se noi e Nazifa Bebé vivessimo in due città diverse - chiesi ad Angela - anche se tra Ponte Mammolo e le nostre case ci sono solo poche centinaia di metri di distanza?
Lei scosse la testa. Poi sussurrò: - Però ho pensato che anche oggi, intorno ai rom, sono state costruite delle barriere impenetrabili. Solo che queste barriere non somigliano a quelle cinte dal filo spinato di Litzmannstadt o di Auschwitz, ma sono dentro ciascuno di noi e si chiaano paura e pregiudizio.
Per qualche istante riflettei sulle sue parole. Poi le passai il quaderno che Mariam ci aveva consegnlato e lasciai che fosse lei a leggere a voce alta il secondo capitolo del racconto di nonno Gabriel.
- Quando i soldati dalle facce di lupo fecero scendere dai camion Nanosh e la sua gente - cominciò - la notte si stava stingendo in un'alba nebbiosa e livida. Fu poco dopo che il piccolo rom vide da vicino, e per la prima volta nella sua vita, la ciminiera sbuffante di una locomotiva a vapore.
Per tutto il tempo in cui Angela continuò a leggere, io rimasi in assoluto silenzio, con le ginocchia sollevate sul petto e le braccia allacciate intorno alle gambe.
Nanosh e la sua kumpanìa erano stati portati in una stazione ferroviaria, dove ad attenderli c'erano altri soldati con le divise nere, che li avevano obbligati a salire sul primo vagone di un lunghissimo treno merci. I portelloni non erano stati chiusi subito e il bambino, stretto con sua sorella Mirsada tra suo padre e sua madre, aveva potuto vedere centinaia e centinaia di altri rom che incolonnati in lunghe file venivano fatti salire sul treno, mentre l'aria si riempiva delle grida assordanti dei soldati e dei gemiti disperati dei vecchi e dei bambini.
Faceva un freddo cattivo.
Ma Nanosh, che aveva messo Nùvero al riparo sotto la sua giacca, non riusciva a capire se era per quello che Mirsada e Keja erano scosse da lunghi brividi, o se era perché i beng, i diavoli, avevano deciso di uscire dalle pieghe più oscure della terra per inghiottire i rom, il "Popolo degli Uomini".
Quando ormai quasi tutti erano stati fatti salire sul convoglio, davanti ai vagoni era comparsa un'ultima colonna di prigionieri, formata quasi esclusivamente da bambini e da donne. Nanosh aveva riconosciuto una di loro, la più anziana di tutte, che aveva la pelle del viso scura come un pezzo di cuoio e lunghe trecce bianche che le ricadevano sul petto magro. Si chiamava Rupa ed era una paramisaris, una narratrice di swatura e di paramitsha, le antiche storie e fiabe dei rom Lovara.
Qualche mese prima la kumpanìa di Nanosh e quella di Rupa si erano accampate insieme, vicino a un campo di trifoglio. E quella notte la vecchia, seduta sull'erba davanti al fuoco, aveva fumato la pipa con gli altri anziani e aveva raccontato ai bambini la leggenda di Vadni Rasa, l'oca selvatica che, come i rom, non stava mai ferma nello stesso posto, perché inseguiva il respiro del vento ovunque esso andasse a posarsi.
Nanosh aveva pensato che se Rupa avesse posseduto le stesse ali di Vadni Rasa, di certo si sarebbe librata in volo e sarebbe fuggita lontano. Ma Rupa, come tutti loro, non aveva ali. E quando uno degli ufficiali l'aveva brutalmente spintonata, si era voltata verso di lui e l'aveva colpito sul viso, maledicendolo a gran voce. Era stato allora che Konstant aveva coperto con entrambe le mani gli occhi di Mirsada, perché non vedesse quello che stava per succedere.
L'ufficiale aveva afferrato l'anziana donna per una delle lunghe trecce, e mentre lei continuava a dibattersi e a gridare l'aveva costretta a mettersi in ginocchio. Poi aveva estratto una pistola dalla fondina e gliel'aveva puntata sulla sua fronte.
Un attimo dopo, mentre il fischio della locomotiva annunciava che da lì a poco i portelloni dei vagoni sarebbero stati chiusi e che il treno si sarebbe mosso, il fragore dello sparo si era spento sotto i tetti delle pensiline e Rupa si era rovesciata a terra senza più voce e senza più vita. (...)


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Rupa Less- winged

(...) "Well, what are you waiting for?"
Angela was sitting on one of the barge stern boards. The boat's bottom was still wet because of the rain of the previous day, and she was eagerly waiting for me to read the rest of Nanosh' s story. But for a while I kept on glazing at the view over the opposite riverside: a waste field studded with sparse bushes and, further on, the usual tangle of asphalt lines stifled by the traffic , and the row of grey and anonymous buildings fading as far as the eye could see.
When shortly before we got over the maple grove, a flight of little gulls had dived on the Aniene River, before raising again towards the sky and thence vanish slowly from our sight. I suddenly had a strange feeling, that of being in a far away and remote place, a foreign and no- man's land where up until few days before I would never have imagined to set foot.
"Have you ever considered that it's as if we and Nazifa Bebè lived in two different cities" I said to Angela "even if from Ponte Mammolo to our homes there are only few hundred metres of distance?"
She shook her head. Then she whispered: "I've thought that even nowadays around the Roma people impenetrable barriers have been erected. But such barriers aren't like the ones in Litzmannstadt or in Auschwitz" those surrounded by the barbwire "these barriers are just inside ourselves."
Her words made me think a little. Then I passed Angela the notebook that Mariam had given us before and I let her to read aloud the second chapter of Granpa's Gabriel story.
"When the wolfish - face soldiers ordered Nanosh and his people to get off the lorry" she started "the night was slowly fading into a misty and livid dawn. Shortly after , the little rom for the first time in his life saw from very close the chuffing funnel of a locomotive..."
For all the time that Angela kept on reading, I remained completely silent, with my knees close to my breast and my arms around my legs.
Nanosh and his kumpania were taken to a railway station, where other soldiers in black uniform were waiting for them. They forced Nanosh and his people to go on the first van of a long goods train. The van's doors weren't closed yet, so the little boy, huddled together his sister Mirsada and between his father and mother, was able to see hundreds and hundreds of other lined-up Roma, forced to go on the train, while all around there was plenty of the soldiers' deafening shouts and the old men's and the children's lacerating moans.
It was bitter cold.
But Nanosh, who had sheltered Nùvero under his jacket, didn't realize if Mirsada and Keja were shivering because of the freezing cold or because the bengs , the devils, had decided to emerge from the darkest folds of the ground to swallow up the Men's People.
When almost all Roma were eventually pushed into the train, in front of the vans a final column of prisoners appeared. It was almost exclusively composed by children and women. Nanosh recognized one of them, the older one, whose face skin was dark brown as leather, with long white plaits hanging over her thin breast. Her name was Rupa, she was a paramisaris, a teller of swatura or paramitsha, the Roma Lovara's old stories and tales.
Some months before Nanosh's and Rupa's kumpania had camped together next to a clover field. That night, the old woman sitting on the grass by a campfire, had smoked the pipe with the old men, telling the children Vadni Rasa legend: the story of the wild goose that- like the Roma people- never stood a long time in the same place, because she followed the wind's breath wherever she alighted.
Nanosh thought that if Rupa had the same Vadni Rosa's wings, certainly she would have been able to float in the air and flee far away. But Rupa, like all of them, had no wings. When one of the officers brutally shoved her , she turned to him hurting his face and cursing him loudly. It was in that moment that Konstant covered Mirsada's eyes with his hands, so that she wouldn't be allowed to see what was about to happen.
The officer grabbed one of Rupa's long plaits and, while she was flapping and crying he obliged her to go down on her knees. Then he pulled a gun out of the holster aiming it at the old woman's forehead.
In a flash, while the train whistle was announcing the imminent departure and the doors were going to be closed, the shot's roar was already extinguished below the railway station shelters and the old Rupa fell down voiceless and lifeless. ( ..)
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Rupa que no tenía alas
(...)Bien, que esperas?
Sentada sobre uno de los ejes, de la popa del barco, cuyo fondo estaba todavía húmedo por la lluvia del día anterior, Angela aguardaba impaciente que comenzara a leer la continuación de la historia de Nanosh. Pero yo continué por un instante a mirar el panorama que se vislumbraba más allá de la orilla opuesta del río, un campo no cultivado cubierto de arbustos dispersos y más allá, la maraña habitual de franjas de asfalto sofocadas por el trafico y la altura de los edificios grises y anónimos que se perdían de vista
Cuando poco antes habíamos pasado el bosque de arces, algunas pequeñas gaviotas bajaban en picada sobre las aguas del Aniene, antes de encabritarse de nuevo hacia lo alto y desaparecer de nuestra vista. Cuando de repente me invadió una extraña sensación. Aquella de encontrarme en un lugar muy lejano y perdido, una tierra extranjera y de nadie, donde hasta pocos días antes no habría soñado de posar mis pies.
- Jamás has pensado que es como si nosotras y Nazifa Bebé viviesemos en dos cuidades distintas - pregunté a Angela - inclusive como si entre Ponte Mammolo y nuestras casas hubiera solo unos pocos cientos de metros de distancia?
Ella movió la cabeza. Después susurró: - Pero he pensado que incluso hoy alrededor de los gitanos, han sido construidas barreras impenetrables. Solo que estas barreras no se parecen a aquellas cercas de alambres de púas de Litzmannstadt o de Auschwitz, pero están dentro de cada uno de nosotros y se llaman miedo y prejuicio. Por algunos instantes reflexioné sobre sus palabras. Después le pasé el cuaderno que Marian nos había entregado y dejé que fuese ella quien leyera en alta voz el segundo capitulo del relato del abuelo Gabriel. - Cuando los soldados de caras de lobo hicieron descender del camión a Nanosh y a su gente - comenzó - la noche se estaba destiñendo en un alba neblinosa y lívida . Fue poco después que el pequeño rom Lovara ve de cerca, y por primera vez en su vida, la chimenea resoplante de una locomotora a vapor.
Por todo el tiempo en el cual Angela continuó leyendo, yo permanecí en absoluto silencio, con las rodillas levantadas sobre el pecho y los brazos alrededor de las piernas.
Nanosh y su kumpanía habían sido llevados a una estación ferroviaria, donde para atenderlos habían otros soldados con los uniformes negros, que los obligaron a subir sobre el primer vagón de un larguísimo tren de cargas. Los portones no habían sido cerrados rápidamente y el niño apretado con su hermana Mirsada entre su padre y su madre, había podido ver centenares y centenares de otros rom Lovara que, encolumnados en largas filas, eran subidos al tren , mientras el aire se llenaba de los gritos ensordecedores de los soldados y de los gemidos desesperados de los viejos y de los niños
Hacía un frío penetrante.
Pero Nanosh que tenía metido Núvero bajo su chaqueta, no lograba entender si era por eso que Mirsala e Keja eran sacudidas por largos escalofríos o si era porqué los beng, los diablos, habían decidido salir de las entrañas más oscuras de la tierra para engullir a los rom Lovara, el "Pueblo de los Hombres".
Cuando ya casi todos habían subido sobre el convoy, delante de los vagones había aparecido la última columna de prisioneros, formada casi exclusivamente de niños y de mujeres. Nanosh había reconocido a una de ellas, la más anciana de todas, que tenía la piel de la cara oscura como un pedazo de cuero y largas trenzas blancas que le caían sobre el pecho delgado. Se llamaba Rupa y era una paramisaris, una narradora de swatura y de paramitsha, las antiguas historias y fábulas de los rom Lovara.
Algunos meses antes, la kumpanía de Nanosh y aquella de Rupa habían acampado juntas, cercano a un campo de tréboles. Aquella noche, la vieja sentada sobre la hierba delante del fuego, había fumado la pipa con los otros ancianos y había contado a los niños la leyenda de Vadni Rasa, la oca salvaje que como los rom no estaba jamás parada en el mismo lugar, porque perseguía el respiro del viento donde quiera él fuese a posarse.
Nanosh había pensado que si Rupa hubiese poseído las mismas alas de Vadni Rasa, de verdad se habría mantenido en vuelo y habría huído lejos. Pero Rupa al igual que los otros no tenia alas. Cuando uno de los oficiales la había brutalmente empujado, se había vuelto hacia él y lo había golpeado sobre la cara, maldiciéndolo con fuerte voz. Había sido entonces que Konstant había cubierto con ambas manos los ojos de Mirsada, para que no viese aquello que estaba por suceder.
El oficial tenía aferrada a la anciana mujer por una de las largas trenzas y mientras ella continuaba a debatirse y a gritar, la había obligado a ponerse de rodillas. Después había extraído una pistola de la funda y se la había apuntado sobre la frente.
Un minuto después, mientras el silbido de la locomotora anunciaba que dentro de poco tiempo los portones de los vagones habrían sido cerrados y que el tren se habría movido, el estruendo de un disparo se había apagado bajo el techo de las marquesinas y Rupe se había derribado a tierra sin más voz y sin más vida.(...)

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Nota finale dell'autore
Qualche anno fa scrissi un romanzo in cui uno dei personaggi secondari era un vecchio signore ebreo, anche lui un "nonno", che era stato internato nel ghetto di Lodz. Fu durante la stesura di quella storia, man mano che approfondivo le mie ricerche su quello che l'esercito nazista chiamava Litzmannstadt, che scoprii la vicenda dei cinquemila rom Lovara austriaci che vi vennero deportati nell'autunno del 1941. Da allora, molte volte ho pensato di scrivere un altro romanzo che riportasse in qualche modo alla luce la loro storia e, insieme, la storia del Porrajmos, cioè dello sterminio per mano nazista di più di mezzo milione di "zingari".
Ma non è stato solo questo il motivo che mi ha spinto a dare vita e voce ai protagonisti di questo romanzo., per il quale non posso certo dire, utilizzando la formula di rito, che "ogni riferimento a fatti e persone realmente esistenti è puramente casuale".
Infatti, anche se questa storia è solo frutto di fantasia, dentro di essa compaiono avvenimenti che sono realmente accaduti e persone che sono realmente esistite.
Ho conosciuto i miei primi amici rom molti anni fa, in un pomeriggio in cui celebravano la Festa di Primavera. E da allora ho continuato a frequentarli e a vivere le loro storie spesso intrise di dolore e sofferenza. Per questo ho preso la decisione di lasciare qualche loro traccia in queste pagine, a partire dalla piccola comunità rom (in realtà rumeni e non montenegrini) che viveva un tempo a Roma nei pressi del cavalcavia di Ponte Mammolo, e che davvero subì delle odiose e brutali aggressioni.
Per il resto, le tracce che ho disseminato, riguardano soprattutto alcuni nomi a cui ho voluto rendere un omaggio. Quello di Omo Selimovic, un anziano rom xoraxané montenegrino, che mi raccontò alcuni terribili episodi riguardanti il Porrajmos. E quello di Nazifa Bebé Ahmetovic, una bambina dassikanè bosniaca, che nella realtà non incontrò lo stesso destino della protagonista di questo romanzo, perché morì tragicamente all'età di sette anni.
Da allora è passato molto tempo. E in tutto questo tempo ho continuato a conservare le sue foto e a domandarmi quale sarebbe stata la sua vita, se avesse avuto la possibilità di crescere e di andare a scuola, come oggi fanno tanti altri ragazzini e ragazzine rom, in qualche caso ottenendo straordinari successi. Le parole della poesia che la ragazzina rom recita in questo romanzo, sono tratte da un racconto inedito pubblicato sul mio sito personale (www.albertomelis.it/nazifa.htm), insieme alle ultime immagini della vera Nazifa Bebé.
In chiusura di questa nota, desidero ringraziare due persone a cui questo romanzo deve molto. La mia carissima amica Angela Tropea, per l'impareggiabile e affettuosa consulenza prestatami sulla lingua dei rom xoraxané. E Jan Yoors, lo scrittore e pittore fiammingo oggi scomparso, che a dodici anni andò a vivere con una kumpanìa e più tardi descrisse la sua esperienza in un libro straordinario (Tsiganes - Sur la route avec les Rom Lovara), che mi è stato preziosissimo per conoscere gli usi, i costumi e i modi di dire romanì.

Alberto Melis
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Author's note

Some years ago I wrote a novel in which one of the minor characters was an old Jew, a "Granpa" as well, who had been imprisoned in Lodz's ghetto. While I was writing that novel, and gradually deepening my researches on what the German army called Litzmannstadt, I found out the vicissitude of 5,000 Austrian Lovara Roma, who were deported there in Autumn 1941. Since then I often thought to write another novel about their story as well as the Porrajmos, i.e. the Nazi extermination of more than 500,000 " Gypsies ".
But this isn't the only reason why I have decided to give voice to this novel's characters, nor I may say that "every reference to facts things or persons are purely casual " : though this story is only a figment of imagination, inside it events really happened and people really existed are told.
I met my first Roma friends many years ago, on a Spring Feast afternoon. Since then I kept on meeting them , sharing their stories always full of pains and suffering. This is the reason why I've decided to leave some "trace" of them in the following pages, starting from a small Roma group ( from Rumania and not from Montenegro ), who times ago lived in Rome not far from Ponte Mammolo. They really suffered hateful and brutal aggressions.
As for the rest, the traces I've spread refer mostly to some names I'd like to give honour: that of Omo Selimovic's, an old Rom Khorakhané, from Montenegro, who told me about some terrible episodes concerning Porrajmos; that of Nazifa Bebè Ahmetovic, a Bosniac Dassikanè little girl, who in the real life didn't meet the same destiny of this novel's protagonist, but she tragically died at the age of 7.
Since then much time has passed. In all this time I've kept her photos, asking myself how her life would have been, if she had the chance to grow up and go to school as many little boys and girls do nowadays getting often extraordinary success.
The poem's words acted by the girl in this novel, are taken from an unpublished tale available on my personal web-site, together with the real Nazifa Bebé's photos.
Finally, I want to express my gratitude to two persons whom this novel owes to: my dearest friend Angela Tropea , for her invaluable and kind advice on the Khorakhanè language ; Jan Yoors , the departed Flemish writer and painter who, at the age of 12, went to live with a kumpania. Later he wrote about his extraordinary experience in a remarkable book ( Tsiganes- Sur la route avec les Rom Lovara ), very precious to me: thanks to this book I learnt about the Roma Lovara's traditions and sayings.

Alberto Melis
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Nota final del autor

Algún año atrás escribí una novela en la cual uno de sus personajes secundarios era un viejo señor judío, también él un "abuelo", que había sido internado en el gueto de Lodz. Fue durante la redacción de aquella historia que profundicé mis investigaciones sobre aquello que el ejercito nazi llamaba Litzmannstadt, que descubrí la vicisitud de los cinco mil rom Lovara austríacos que fueron deportados en el otoño de 1941. Desde entonces, muchas veces he pensado en escribir otra novela que en algún modo, sacara a la luz la historia de ellos, junto a la historia del Porrajmos, esto es, el exterminio de más de medio millón de rom a manos de los nazis.
Pero no ha sido solo esto el motivo que me ha impulsado a dar vida y voz a los protagonistas de esta novela, por lo cual no puedo ciertamente decir, utilizando la formula de ceremonia, que "cada referencia a hechos y personas realmente existentes son puramente casuales".
En efecto, aunque esta historia es solo fruto de la fantasía, dentro de ella están presentes acontecimientos ocurridos a personas que existieron realmente.
He conocido a mis primeros amigos rom muchos años atrás, en un mediodía en el cual celebraban la Fiesta de Primavera. Y desde entonces he continuado a frecuentarlos y a vivir la historia de ellos a menudo bañada de dolor y sufrimiento. Por esto he tomado la decisión de dejar alguna de sus huellas en estas páginas, a partir de la pequeña comunidad rom (en realidad rumanos y no montenegrinos) que vivía un tiempo en Roma en las cercanías del paso a desnivel de Ponte Mammolo y que verdaderamente sufrió las odiosas y brutales agresiones.
Por otra parte, los indicios que he dado hacen referencias sobretodo a algunos nombres a los cuales he deseado rendir un homenaje. Aquel de Omo Selimovic, un anciano gitano xoraxané montenegrino, que me contó algunos terribles episodios respecto al Porrajmos. Aquel de Nazifa Bebé Ahmetovic, una niña dassikané bosniaque que en realidad no encontró el mismo destino de la protagonista de esta novela, porque murió trágicamente a la edad de siete años.
Desde entonces ha pasado mucho tiempo y en todo este período he continuado a conservar su foto y a preguntarme cual habría sido su vida, si hubiese tenido la posibilidad de crecer e ir a la escuela, como hoy lo hacen tantos otros chicos y chicas rom, en algunos casos obteniendo logros extraordinarios. Las palabras de la poesía que la muchacha rom recita en esta novela, son sacadas de un relato inédito publicado sobre mi sitio personal (www.albertomelis.it/nazifa.htm) junto a las últimas imágenes de la verdadera Nazifa Bebé.
Para terminar esta nota, deseo agradecer a dos personas a las cuales esta novela debe mucho. A mi querida Angela Tropea por la incomparable y afectuosa consulta prestada sobre la lengua de los gitanos xoraxané y a Jan Yoors, el escritor y pintor flamenco hoy desaparecido, que a los doce años fue a vivir con una kumpanía y más tarde describió su experiencia en un libro extraordinario (Tsiganes - Sur la route avec les Rom Lovara) el cual me ha sido de gran utilidad para conocer los usos, las costumbres y los modos de decir romanì.

Alberto Melis

24/06/2010

Il dramma dei rom in Italia e l'indifferenza omicida

da alberto maria melis

alberto maria melis.jpg

 

 

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grazie