29/04/2013

#ROM, GENTI LIBERE - DI SANTINO SPINELLI (ALEXIAN)

Il libro l'ho letto anch'io (tempo fa) e l'ho trovato molto importante. Ricco di documenti, di interessanti apporti storici e linguistici (che mi affascinano sempre). Una visione dall'interno che finalmente offre a noi "Gagi" una lettura meno stereotipata della quotidianità dei Rom e perfino dei fenomeni che l'antiziganismo ha sempre agitato contro la comunità Rom (la questua e alcuni comportamenti truffaldini) e che alle volte sono stati in realtà un atto di resistenza ed un modo di sopravvivere a politiche di emarginazione quando non di genocidio. E quando Spinelli valorizza i molti aspetti di ricchezza culturale del popolo Rom fa quello di cui i Rom, a mio avviso, oggi hanno soprattutto bisogno: riappropriarsi della propria storia e cultura smarcandosi da un destino di deprivazione economica, sociale ma soprattutto culturale e valoriale cui la nostra società sembra destinarli. 

Paolo



 
 

Rom, genti libere
shop.bcdeditore.it
ROM, GENTI LIBERE

#rom,genti libere - di santino spinelli (alexian)

 #rom,genti libere - di santino spinelli (alexian)

 

 

 

 

 

 

Da sempre oggetto di sospetti e vessazioni, di persecuzioni e genocidi (si pensi ai 500mila Rom e Sinti massacrati dai nazisti), il popolo Rom è una delle più antiche minoranze del Vecchio continente, tra le più dinamiche e radicate. Eppure di loro non sappiamo nulla, a partire dal fatto che usiamo Rom come sinonimo di «zingari», mentre invece si tratta di uno dei cinque gruppi etnici (oltre a Sinti, Kale, Manouches e Romanichals) che costituiscono la popolazione romanì. 
Per la prima volta, uno studioso Rom italiano ci offre una storia complessiva di questo popolo, dalle migrazioni originarie alla situazione contemporanea, abbracciandone la cultura e i valori sociali, le espressioni artistiche, fino alle organizzazioni politiche.
Questo racconto ci restituisce l’identità «invisibile» dei Rom, l’evoluzione di tradizioni e valori millenari tramandati nella quotidianità: un’identità ignorata dagli stereotipi dei campi nomadi che trasformano gli errori di pochi in colpa collettiva; relegata nel ghetto della povertà ed esclusione sociale dalle stesse associazioni di pseudo-volontariato; annientata, infine, dall’attuale politica di assimilazione attraverso la Romfobia. 
Appartengono alla popolazione romanì celebri attori come Michael Caine, Bob Hoskins, Yul Brynner, Rita Hayworth, il calciatore Michael Ballack, professori di prestigiose università, persino un Premio Nobel, un Principe, un Presidente della Repubblica e un Beato. Se ci stupiamo è la prova di quanto radicati siano i pregiudizi, di quanto utile sia questo libro, frutto di venticinque anni di ricerche e scoperte, il cui messaggio paradossale è che i Rom sono un popolo «normale» di «genti libere», una libertà per nulla romantica, ma che è la forza di chi ha preservato con tenacia la propria identità, resa misconosciuta da secoli di discriminazione e propaganda.

Santino Spinelli in arte «Alexian» è un Rom italiano, musicista, compositore, poeta, saggista. Ha due lauree, una in Lingue e Letterature Straniere Moderne e l’altra in Musicologia, entrambe conseguite all’Università di Bologna. È autore di numerosi articoli e opere letterarie sul mondo Rom. Insegna Lingue e Processi Interculturali (Lingua e cultura romanì) all’Università di Chieti. Con il suo gruppo, l’Alexian Group, tiene numerosi concerti in Italia e all’estero. Ha pubblicato partiture musicali per orchestra, ensemble e fisarmonica sola con il titolo di Romano Drom («Carovana romanì») con l’Ut Orpheus di Bologna e ha tenuto concerti con l’Orchestra Sinfonica Abruzzese e con l’Orchestra Europea per la Pace a Strasburgo al Palazzo del Consiglio d’Europa.

09/03/2012

la storia della poetessa jenisch Mariella Mehr

Oggi, 8 marzo 2012, promuoviamo la lettura - spettacolo “Vita Mia, Parla” curato da Dijana Pavlovic e Giuseppe Di Leva sulla storia della poetessa jenisch Mariella Mehr.


U Velto - Il Mondo, notizie ed immagini dai mondi sinti e rom: Vita Mia, Parla
sucardrom.blogspot.com

08/03/2012

Katarina “Katitzi” Taikon And Her Immortal Tale Of The Swedish #Roma

As the years and decades go by, the works of Swedish Romani writer Katarina “Katitzi” Taikon still strike a chord with many across Europe.Taikon’s ..

24/02/2012

"#Rom, genti libere", un libro per cancellare i pregiudizi

rom e sinti - Google News
"Rom, genti libere", un libro per cancellare i pregiudizi - La Repubblica
Thu, 23 Feb 2012 13:36:34 GMT

16/02/2012

Marco Truzzi presenta "Non ci sono pesci rossi nelle pozzanghere" (#ROM)

Marco Truzzi presenta "Non ci sono pesci rossi nelle pozzanghere" Eventi a Modena

 
 
 

 ModenaToday.it

Sarà presentato giovedì 16 febbraio alle 17.30 alla Biblioteca Delfini "Non ci sono pesci rossi nelle pozzanghere" (Instar libri, 2011) di Marco Truzzi, vincitore del premio Bagutta "Opera prima" 2012.

Il libro - E' un viaggio nel mondo di Damian, diviso tra zingari e non zingari, rom e gagi (così la comunità rom e sinta definisce coloro che non ne fanno parte), dentro e fuori del campo alle porte di Correggio dove ormai da anni è stanziata la sua comunità. 

LEGGI TUTTO QUI: http://www.sivola.net/dblog/articolo.asp?articolo=4993

 

GRAZIE

 

21/12/2011

IL CIRCO CAPOVOLTO

Educazione sentimentale incontra Milena Magnani - UniboMagazine

 
 
 

UniboMagazine

Educazione sentimentale incontra Milena Magnani
UniboMagazine
Durante l'incontro Milena Magnani presenterà il suo libro Il circo capovolto: un romanzo contro il pregiudizio e il razzismo, dove la cultura Rom e Sinti fa da protagonista. L'autrice porterà spunti e riflessioni sul rifiuto della violenza, ...

08/09/2011

Il popolo invisibile di Najo Adzovic


 
Bruna Oddo 8 settembre 0.53.25
"Un libro in cui le parole divengono immagini e il racconto un film."
(Patrizia Bisci)

Nella coscienza collettiva il popolo Rom è sempre stato percepito come un “popolo invisibile”, anche perché non ha mai avuto una cultura scritta, ma si è sempre affidato alla tradizione orale.
Con la sua biografia Najo Adzovic , nato nella ex Jugoslavia nel 1969 da una famiglia Rom, rompe con questa tradizione divenendone al contempo il portavoce ufficiale.
La sua è una storia personale che ci permette di comprendere diversi aspetti, ancora poco definiti, della più recente storia dei paesi dell’Est europeo.
Il libro, corredato da numerose foto riguardanti lo scrittore e la vita nei campi nomadi, vuole essere quindi un invito alla riscoperta di un popolo che ha ancora molto da offrire.
 

19/06/2011

figlia del vento

Taggia - Stefania Lombardi è nata a Sanremo dove ha conseguito la maturità classica presso il Liceo Ginnasio G.D.Cassini. Laureata con lode in giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Genova, esercita la professione di avvocato dal 1998. E' stato presentato, alle
source: Mahalla
link: Full Article...grazie
 
 
 

10/05/2011

"Zingare spericolate"

14/12/2010

IL CASO ZINGARI

Masilia Amieri Da leggere a chi è interessato.
La presenza dei rom, sinti e camminanti in Italia e in Europa:
una ricostruzione...
storica

Una storia di persecuzioni che attraversa le epoche

Una conferenza europea sulla popolazione Rom non è soltanto di grande attualità, ma è anche molto opportuna, poiché si tratta della più grande minoranza d’Europa, con una popolazione stimata tra i 7 e i 9 milioni. Chiarisco subito che in questa mia relazione utilizzerò per parlare delle popolazioni, rom, sinti e camminanti, il termine “zingari”. Questo termine, con le sue varianti linguistiche, è usato da secoli in tutta l’Europa per definire queste popolazioni. E’ una definizione coniata dalla cultura “non zingara” che è poi entrata nel linguaggio comune. Di per sé il termine zingaro non racchiude alcuna sfumatura negativa o dispregiativa.

Già la difficoltà di una definizione linguistica unitaria denota la varietà delle popolazioni di cui stiamo parlando e l’impossibilità di omologarle in generalizzazioni. Esistono infatti gruppi rom, sinti, camminanti e altri, molto diversi tra loro per storia, confessione religiosa, tradizioni. Tuttavia ci sono elementi unitari in queste popolazioni, che si possono individuare nella comune origine migratoria e nella lingua, il romanes. È noto come le prima ondata migratoria degli zingari in Europa, come mostrano i documenti dell’epoca, risale al XIV secolo. Da allora e fino a oggi, la presenza di queste popolazioni è attestata in Europa. Si tratta quindi di una popolazione pienamente europea, nonostante sia uno dei pochi popoli europei che non ha avuto un nazionalismo, che non ha reclamato una sua terra mentre si diceva nazione.

Fin dall’inizio, alla presenza degli zingari in Europa si sono accompagnate ondate di persecuzione. Al punto che una storia degli zingari europei può essere fatta largamente coincidere con la storia delle persecuzioni subite. Non è facile individuare un’altra minoranza – se non, con ovvie differenze, gli ebrei – che per un periodo tanto lungo, e in maniera costante, sia stata ovunque colpita da misure vessatorie caratterizzate da una così acuta violenza e da un tanto palese disprezzo dei diritti umani. Più che ripercorrere in questa mia breve relazione l’intera storia delle popolazioni zingare in Europa, l’articolazione dei diversi gruppi o lo specifico rapporto con i vari Stati, vorrei focalizzare l’attenzione proprio sul tema della persecuzione, che ritengo necessiti di maggiore approfondimento.

Le origini misteriose, la riconoscibilità esteriore, la spiccata identità, l’iniziale carattere nomadico, in una parola la loro accentuata alterità, hanno fatto degli zingari l’oggetto di un perdurante atteggiamento di rifiuto da parte delle altre popolazioni europee. Dotati di una cultura e di una lingua orale non scritta, e dunque debole, segnati dalla precarietà di una condizione di non sedentarietà, poveri, gli zingari delle varie denominazioni hanno potuto in questi secoli poco proteggersi e reagire alle misure emanate contro di loro, costretti piuttosto a subirle senza strumenti di difesa e rivendicazione dei propri diritti. Il primo documento scritto che ne registra la presenza nel nostro continente[1] risale al 1322, mentre è del 1471 il primo (conosciuto) decreto di “espulsione”, quello dell’assemblea di Lucerna, che intimava loro di lasciare il territorio della Confederazione svizzera[2]. Un esempio seguito dopo poco dalla Spagna, dal Sacro Romano Impero, dai Paesi Bassi, dall’Inghilterra, da Napoli, Firenze, Venezia e molti altri, compreso lo Stato pontificio. Alle espulsioni si accompagnarono le cacce all’uomo, le deportazioni (come quella degli zingari portoghesi in Brasile, Capoverde e Angola), le leggi ad hoc, l’inasprimento delle pene, fino alla comminazione della pena di morte, nei territori tedeschi, a quegli zingari, espulsi e marchiati a fuoco, che fossero tornati sui loro passi. Nel 1725 – per fare un solo esempio delle tante sentenze di morte decretate contro di loro –, Federico Guglielmo I di Prussia ordinò che gli zingari al di sopra dei diciotto anni, uomini e donne, fossero impiccati senza processo, indipendentemente dalla loro condotta di vita[3].

In questo clima intollerante, appena mitigato durante l’illuminismo, o da leggende più positive in epoca romantica, si sono radicati alcuni stereotipi sugli zingari, destinati a incidere sul profondo della mentalità europea. Gli zingari divennero anzitutto il “popolo maledetto”, segnato da un “peccato originale” che ne avrebbe determinato il destino di allontanamento costante, quale punizione per non avere accolto la Santa Famiglia al tempo della fuga in Egitto, o per essere stati i fabbri che fusero i chiodi della crocifissione di Cristo. Una sorta di corresponsabilità al deicidio o all’inaccoglienza a Gesù… Identificati come gruppi dediti al vagabondaggio e all’accattonaggio, rom e sinti furono associati alla stregoneria, al rapimento dei bambini, al furto.

Non sorprende, dunque, che nella seconda metà dell’Ottocento le nuove teorie razziali e poi criminologiche fondate su presupposti pseudoscientifici e biologici abbiano individuato proprio negli zingari le caratteristiche antropomorfiche del “criminale nato”. Gli zingari erano esempio, secondo lo studioso positivista francese Bendict A. Morel, che ne scrisse nel 1857, di una “degenerazione” ereditaria, frutto di una “influenza morbosa sia di ordine fisico sia di ordine morale”[4]. Gli zingari attrassero l’attenzione di Cesare Lombroso, che credette di poter individuare con precisione i segni di tale degenerazione razziale, scrivendo nel 1878 nel suo L’Uomo delinquente:

“gli zingari sono prevalentemente dolicocefali, hanno cioè il cranio allungato come quello delle scimmie, e sono quindi delinquenti antropologici, cioè non delinquono per atto libero e cosciente, ma perché hanno tendenze malvagie che ripetono la loro origine”[5].

Nota Sandro Luciani come negli stessi anni giudizi simili venissero espressi negli Stati Uniti nei confronti degli italiani di recente immigrazione[6].

Il successo di tali teorie si accompagnò al diffondersi di quelle sulla ineguaglianza tra le razze e la superiorità di alcune sulle altre, con la diffusione dei saggi di de Gobineau[7] prima e di H. Chamberlain poi[8]. Gli zingari divennero così un gruppo razziale inferiore e pericoloso. La miscela di stereotipi, pregiudizi diffusi, teorie “scientifiche”, violenze perpetrate senza remore lungo sei secoli, costituiscono la premessa ai tragici avvenimenti del XX secolo, in cui si è tentato di attuare un progetto di eliminazione totale degli zingari dal suolo dell’Europa, tanto da potersi definire genocidio.



La seconda guerra mondiale e lo sterminio degli zingari europei

Il volume di Guenter Lewy, La persecuzione nazista degli zingari, edito da Einaudi , ha risvegliato nel 2000 l’interesse storico sulle popolazioni zingare, concentrandosi sullo sterminio nazista. Lo studio di Lewy si staglia –con nuovi e originali elementi e una seria ricerca archivistica – su di un panorama di ricerche ancora sfocato e lacunoso. Vi leggiamo il trattamento riservato dal nazismo alle decine di migliaia di sinti e rom, stanziati entro i confini del Terzo Reich. Ma anche agli zingari dei territori sovietici tra il 1941 e 1942 a seguito dell’invasione tedesca.

Nei territori del Reich gli zingari furono vittime delle tesi sull’igiene razziale e la purificazione etnica, che andarono a confermare un razzismo popolare profondamente penetrato nella mentalità tedesca. La diffusione larga e non omogenea di queste popolazioni sul territorio era percepita come un duplice pericolo: razziale e territoriale. La politica razziale nazista intendeva operare una selezione demografica “qualitativa” per creare una comunità di puro sangue tedesco. La politica di espansione mirava a sua volta a realizzare, attorno al grande Reich, uno spazio abitato da genti autenticamente tedesche, “ripulito” dagli elementi stranieri o presunti inferiori. Fu tale duplice politica a condannare il popolo zingaro alla scomparsa.

I nazisti elaborarono la definizione genetica dei nomadi. Per molto tempo gli esperti razziali tedeschi esitarono a fornire una precisa qualificazione razziale degli zingari. Il capo del centro ricerche per l’igiene razziale, Robert Ritter, finì per accreditare la tesi secondo la quale il ceppo zingaro avrebbe subito, una progressiva degenerazione a causa di ripetute mescolanze avvenute durante il secolare nomadismo tra India ed Europa perdendo quasi completamenti i caratteri originali della loro razza. Insomma il 90 per cento degli zingari sarebbe il risultato di “incroci indesiderabili”. Si raccomandava quindi l’assunzione di misure atte a impedirne la riproduzione, deportarli e infine eliminarli.

Tuttavia, il carattere massiccio dell’internamento degli zingari in Germania, Austria e Boemia prima della guerra non obbedì a espliciti ordini superiori, ma vide sorprendentemente protagoniste le municipalità. Queste intrapresero il concentramento con motivazioni fatte di odio e pregiudizi “tradizionali”, ma anche nutrite da vaneggiamenti razzistici. Il tornante decisivo fu la guerra. Allora si cambiò idea. Gli zingari, anche quelli considerati misti, furono assoggettati alla “soluzione finale” nei campi di sterminio come gli ebrei. Nella legislazione e nella prassi amministrativa si nota una graduale assimilazione tra ebrei e zingari, tanto che nell’aprile 1942 l’ambasciata italiana a Berlino informava Roma che, “con recente provvedimento, gli zingari residenti nel Reich sono stati parificati agli ebrei e quindi anche nei loro confronti varranno le leggi antisemite attualmente in vigore”[9].

Tale evoluzione esprimeva il sentire comune delle alte gerarchie naziste, di cui è esempio il medico Hans Globke, uno dei direttori generali del Ministero dell’Interno, che sin dal 1936 sosteneva che “zingari ed ebrei sono i soli in Europa ad avere sangue straniero” e proponeva di classificare gli zingari, ai fini della legislazione razzista, come “mezzi ebrei”[10].



Gli zingari nell’Italia fascista

In Italia, la politica fascista verso gli zingari tendeva a colpire il nomadismo e prevedeva l’espulsione dei nomadi stranieri anche se in possesso di documenti validi. I provvedimenti fascisti portarono di fatto all’internamento di molti zingari, che dopo l’8 settembre si ritrovarono in mano tedesca. Sarebbero necessari studi ulteriori per illuminare i concentramenti di zingari nei campi di intrenamento di Frignano (MO), Boiano (CB), Agnone (TE), Pedrasdefogu (CA). L’Archivio centrale dello Stato conserva molta documentazione relativa all’internamento degli zingari tra il 1940 e il 1943 (fino all’occupazione nazista), sia sui luoghi sia sulle vicende personali di alcune famiglie o carovane zingare italiane e straniere. La cosa interessante è che parte della documentazione è conservata in un fondo relativo agli stranieri, mentre il resto sta nelle carte di polizia. Si stima però (ma non ci sono studi) che un migliaio di zingari siano stati deportati dall’Italia verso i campi di concentramento nazisti[11].

L’oblio e il disinteresse verso la vicenda è testimoniato anche dalla difficoltà a stabilire cifre certe. Le vittime zingare dello sterminio in Europa furono in numero compreso tra i 219.000[12] e il mezzo milione. Ma si tratta di stime. Certo è che zingari si trovavano in tutti i luoghi dell’universo concentrazionario, contraddistinti dal triangolo nero degli asociali affiancato dalla Z. La ferma intenzione di eliminare questo popolo viene anche mostrata dalla scelta delle autorità tedesche di creare campi dedicati esclusivamente o prevalentemente agli zingari, come quello di Montreuil-Bellay in Francia, di Lackenbach in Austria, di Lety in Boemia. Lewy conclude amaramente: «Al di là delle cifre, resta che la perdita in termini di vite umane inflitte dai nazisti alla comunità zingara furono tremende». Si tratta di un genocidio?



Il dopoguerra e la negazione del carattere razziale della persecuzione

Subito dopo la fine della guerra, sullo sterminio degli zingari calò il silenzio. Allo stesso processo di Norimberga non si parlò del genocidio zingaro. Non solo: in tutti i processi successivi, mai nessuno zingaro venne chiamato a testimoniare[13]. Nondimeno, durante i processi più volte venne alla luce il destino a cui erano votati i nomadi, in particolare le sevizie subite durante gli esperimenti medici cui furono sottoposti.

Il governo tedesco, da parte sua, aveva tutto l’interesse a non riconoscere il carattere razziale della persecuzione degli zingari, dato che solo i perseguitati per motivi di “nazionalità, razza o religione” potevano accedere agli indennizzi previsti dalla Convenzione di Bonn. In risposta alle prime richieste di risarcimento, il ministero dell’Interno del Württemberg diramò una circolare, nel 1950, in cui si sosteneva che la convenzione non riguardava gli zingari dato che essi erano stati “perseguitati sotto il regime nazista, non già per motivi razziali, bensì per i loro precedenti asociali e delinquenziali”. Si confermava che tale persecuzione era giusta?

Nel 1956 si espresse anche la Corte suprema della Germania federale, sostenendo – come ricorda Giovanna Boursier - che la persecuzione era sostanzialmente stata provocata da una “campagna preventiva contro i crimini”[14]. L’unica concessione riguardò i deportati dal 1 marzo 1943, data di inizio delle deportazioni in grande stile ad Auschwitz. Questi, infatti, ebbero riconosciuto il diritto all’indennizzo, poiché solo da quella data la persecuzione avrebbe acquisito un inequivocabile carattere razziale[15].

La sentenza del 1956 diede un avallo definitivo alla minimizzazione della persecuzione dei rom: una “congiura del silenzio” di cui gli zingari furono vittime nel dopoguerra. Un ulteriore dato significativo è rappresentato dalle motivazioni addotte a giustificazione di questa politica: la presunta asocialità e l’inclinazione all’attività delinquenziale. Queste considerazioni ricalcavano considerazioni pseudoantropologiche preliminari alle elaborazioni razziste che avevano condotto alla persecuzione e allo sterminio. L’accettazione sulla tendenza zingare a delinquere è la premessa di una politica razzista. La “congiura del silenzio” era accompagnata dal richiamo degli stereotipi con cui i rom erano stati identificati nei secoli.

Solo nel 1980 il governo tedesco ha riconosciuto il carattere razziale della persecuzione zingara, quando ormai molti dei sopravvissuti e dei familiari delle vittime erano scomparsi o rassegnati a non vedere riconosciuti i propri diritti, dopo anni di lotte infruttuose. Mi chiedo allora se non dobbiamo finalmente parlare di un vero e proprio antigitanismo che ha attraversato l’Europa, soprattutto nella prima parte del Novecento, nutrendosi di pregiudizi e di stereotipi coltivati per secoli. Tale antigitanismo, come si è detto, ha provocato un vero e proprio genocidio del popolo zingaro nella Germania nazista. Un antigitanismo che nemmeno un genocidio ha bloccato… E’ un’ipotesi di lavoro che si fa strada a fatica per il disinteresse con cui il “caso zingari” è stato trattato nella recente storia europea.



Gli zingari in Italia oggi

Quanti sono gli zingari in Italia? Secondo le più recenti stime 110-130.000 persone, di cui più della metà hanno meno di 14 anni; si tratta di poco più dello 0,2% della popolazione italiana: una persona su 400, un adulto su 800. Circa 60.000 (dunque tra la metà e il 60%) sono italiani; e lo sono iure sanguinis, a risalire gli alberi genealogici, sin dal 1400. È importante dirlo, perché invece vi è la tendenza a considerarli tutti stranieri. E stranieri, in effetti, sono i circa 30 mila zingari di origine ex jugoslava. Si tratta di una immigrazione in parte antica, con larga presenza delle terze generazioni a cui si sono aggiunti i rom in fuga dalle recenti guerre balcaniche: spesso stranieri nati in Italia da genitori stranieri essi pure nati in Italia. Pur essendo stranieri, molti di loro non appartengono più, di fatto, allo Stato di origine e potrebbero, in teoria, accedere allo status di apolidia. Infine, sono presenti in Italia anche 20-30 mila zingari romeni o di altre nazionalità europee.

Italiani, ex jugoslavi o romeni, tutti sono indistintamente chiamati nomadi (e per questo sono stati esclusi dalla legge che tutela le minoranze), mentre in realtà sono in larga parte sedentari. Ma il termine nomade continua ad avere fortuna, nonostante la sua inesattezza, forse perché è funzionale all’idea che, essendo gli zingari gente di passaggio, non ci si debba occupare di loro. Ad esempio curandosi poco delle loro condizioni abitative o dell’integrazione scolastica e anagrafica.

Come ha notato l’allora Commissario europeo dei diritti umani nel marzo 2006: i campi-nomadi si caratterizzano in Italia per “l’accesso sommario all'acqua e all'elettricità, assenza di nettezza urbana, di illuminazione, di evacuazione delle acque reflue o di drenaggio del sito. Le abitazioni sono delle roulotte vetuste o baracche costruite con materiale di recupero”. Insomma, sono delle misere bidonville al cui interno i casi di incidenti mortali sono conseguentemente numerosi (soprattutto le morti da freddo, da incendio e da fuoriuscita di gas), così come è allarmante la diffusione di malattie connesse alle pessime condizioni di vita. Non approfondisco oltre le tematiche sociali, che peraltro saranno affrontate in altri momenti di questa conferenza, ma certamente sento l’esigenza che si superi un approccio emergenziale o emotivo rispetto alla presenza degli zingari in Italia. Una presenza plurisecolare non può essere eternamente trattata come un’emergenza. Forse l’incontro di oggi può rappresentare un primo passo in questa direzione.



Conclusioni

Ripercorrere la storia di persecuzione, pur consapevoli che la storia degli zingari non è solo questo, ma come quella di ogni popolo è intreccio di storia culturale, linguistica, sociale e molto altro, conferma a mio avviso l’esistenza e l’attualità di un “caso zingari” in Europa e in Italia. Esso tuttavia non riguarda soltanto gli zingari e la loro attuale, difficile condizione. Il vero “caso zingari”, cui occorre trovare urgente rimedio, è quello dell’antigitanismo, di sette secoli di persecuzioni, angherie, intolleranza, razzismo, e infine genocidio, con il quale l’Europa e gli europei, non hanno fatto i conti. E’ giunto il momento di farsi carico, finalmente, di una responsabilità, che ci riguarda tutti, in quanto europei, di fronte al male scatenato nel nostro continente contro questo popolo per lungo tempo.

Il genocidio degli zingari coinvolge gli europei come passaggio tragico in un periodo di forte crisi e rivolgimenti da cui è sorta l’Europa democratica. Questo sterminio deve diventare patrimonio comune, entrare nella coscienza collettiva come punto da cui partire per affrontare con una consapevolezza nuova le sfide della convivenza. “Ma dov’è il posto degli zingari nella memoria collettiva dell’umana vergogna?”, si è chiesto Sergio Luzzatto.

E’ un fatto che gli zingari non godono in Europa di nessuna vera protezione né simpatia. Non hanno uno Stato alle spalle che ne possa difendere i diritti. Pur essendo cittadini europei a pieno titolo sono una “nazione senza territorio”, ma dotata dei diritti e dei doveri del cittadino europeo. Sospeso tra terrore e poesia, lo zingaro è un’immagine piuttosto che un uomo concreto. Seppure gli europei hanno ereditato dal romanticismo qualche simpatia per lo stile di vita bohémienne degli zingari, quando questo popolo cerca di mettere radici nella nostra società, ogni attrattiva e simpatia vengono meno e la psicologia collettiva davanti agli zingari talvolta si accende di passioni improvvise e irrazionali. Come ha osservato Andrea Riccardi, “gli zingari sono considerati tra i maggiori agenti della nostra insicurezza. Regolamentare la loro presenza è una delle sfide maggiori della politica di sicurezza. Ma l’insicurezza degli europei ha ben altre radici. Viene da più lontano. È espressione della vertigine da globalizzazione che ha preso le nostre società. In fondo lo zingaro, con la sua diversità, si presta bene ad essere uno degli elementi che ci insicurizza[19].

Dopo tanti secoli di convivenza gli zingari continuano a rappresentare una questione nelle società occidentali, ma è un problema che eccede largamente la realtà oggettiva di un gruppo sociale marginale. Suscitano reazioni sproporzionate alla loro consistenza: poche migliaia in città di milioni di abitanti. Stando alle cronache dei giornali la loro pericolosità sociale è per lo più limitata alle espressioni di piccola delinquenza. Ma più frequentemente essi rientrano nelle cronache per drammi umani, come la morte per freddo o incidenti dei loro bambini ormai estranei alla maggioranza del corpo sociale. Il fatto è che sappiamo molto poco chi sono gli zingari, anche se essi vivono nelle nostre città e nei nostri paesi ormai da secoli. Quali e quante differenze tra loro che non vengono nemmeno prese in considerazione!

La vera conclusione di questa mia breve riflessione è nelle parole di una donna zingara reduce bambina dalla deportazione a Ravensbruck e Bergen- Belsen, l’undicenne Ceija Stojka che nelle sue memorie, Forse sogno di vivere, scrive:

“Bergen-Belsen, mio Dio! Sono stata davvero fortunata a venirne fuori. E’ impossibile immaginarselo, è impossibile raccontarlo. Bisogna andarci e guardarselo. Basta togliere un po’ di terra dalle colline e gli uomini sono nascosti là dentro. Dilaniati. Là sotto parecchi stanno con la faccia rivolta a terra e non verso l’alto. Io e mia madre l’abbiamo visto. Qualche volta quando mi alzo di buon’ora penso: Ceija, sei in cielo e sogni? Sogni di stare sulla terra? Non puoi essere riuscita a venir fuori da Bergen-Belsen! E’ impossibile”[20]

Un’intera costruzione culturale e sociale, quella europea, ha inciampato e tutt’ora inciampa in questo modesto ostacolo dell’alterità zingara e non è riuscita a fare i conti con la sua diversità. Che degli zingari continuiamo a sapere pochissimo e, di conseguenza, a assumercene poco la responsabilità è davvero un punto di riflessione per una cultura europea che ha sempre avuto l’ambizione di indagare a fondo, con sistematicità e ampiezza di visioni e prospettive, ogni aspetto della storia.

Marco Impagliazzo

[1] Si tratta della descrizione di un gruppo di zingari accampati a Creta, in Grecia. Cfr. F. de Vaux de Foletier, Mille anni di storia degli zingari, Milano, 1978, p. 46.

[2] Ibidem, p. 87.

[3] Cfr. G. Lewy, La persecuzione nazista degli zingari, Torino, 2002, p.6.

[4] Cit. da L. Narciso, La maschera e il pregiudizio. Storia degli zingari, Roma, 1990, p. 145. L’opera di Morel è il Traité des dégenérescences phisique, intellectuelles et morales de l’espèce humaine.

[5] C. Lombroso, L’uomo delinquente, Torino, 1878.

[6] A. Luciani, Un popolo senza territorio e senza nazionalismi : gli zingari dell’Europa orientale, in A. Roccucci (a cura), Chiese e culture nell’Est europeo, Ed. Paoline, Milano 2007, pp.275-326, p.303.

[7] Joseph Arthur de Gobineau, Essai sur l'inégalité des races humaines, Firmin-Didot et C.ie., Paris 1853

[8] Houston S. Chamberlain, Die Grundlagen des neunzehnten Jahrhunderts, Ed. F. Bruckmann, Monaco 1899.

[9] ACS, MI, DGPS, Div. AGR, A 16 Ebrei Stranieri, b. 5.

[10] H. Asséo, Le sort des Tziganes en Europe sous le régime nazi, “Revue d’histoire de la Shoah” n. 167 sept.-dec. 1999, p. 10.

[11] D. Kenrick, G. Puxon, Il destino degli zingari, Rizzoli, Milano 1975, p. 203.

[12] La cifra è di G. Lewy.

[13] Vedi D. Kenrick, G. Puxon, cit., p. 209 e G. Boursier, Lo sterminio degli zingari durante la seconda guerra mondiale, “Studi Storici” n. 2/1995, p. 378. Cfr. anche gli studi sul tema di Mirella Karpati.

[14] G. Boursier, Lo sterminio degli zingari, idem, p.363.

[15] Ibid., pp. 380-1. Vedi anche D. Kenrick, G. Puxon, cit., p. 210.

[16] Ibid., p. 383.

[19] Cfr l’introduzione di A. Riccardi a M. Impagliazzo (a cura), Il caso zingari, Leonardo International , Milano 2008.

[20] Ceija Stojka, Forse sogno di vivere. Una bambina rom a Bergen-Belsen, Giuntina, Firenze 2007, p.11
Mostra tutto
CIAO

forse sogno di vivere

La Rom austriaca Ceija Stojka: deportata a Auschwitz nel 1943, liberata nel 1945 a Bergen Belsen.

    Foto da IO non odio i ROM

    06/12/2010

    "Zingare spericolate"

    Cheja Celen Presentazione del libro di Vania Mancini "Zingare spericolate" h 19 nell'ambito del programma culturale di "Più libri
    più liberi"

    24/10/2010

    Il ricordo che non avevo" di Alberto Melis

     

    • Alberto Maria Melis Oggi ho trovato per caso questa vecchia foto segnaletica, e confesso che mi è venuto un colpo al cuore: perché questa donna ha lo stesso nome della romnì che nel mio ultimo romanzo, Il ricordo che non avevo, perisce per mano nazista.
      __________________________________________
      Rupa che non aveva ali
      (Dal Capitolo 11 - From Chapter 11 de ..."Il ricordo che non avevo" di Alberto Melis)


      (...) - Beh, cosa aspetti?
      Seduta su una delle assi di poppa del barcone, il cui fondo era ancora umido per la pioggia del giorno prima, Angela attendeva impaziente che cominciassi a leggere il seguito della storia di Nanosh. Ma io continuai per qualche istante a fissare il panorama che si scorgeva oltre la sponda opposta del fiume, un campo incolto costellato da radi cespugli e, più in là, il solito groviglio di strisce d'asfalto soffocate dal traffico e la distesa di palazzi grigi e anonimi che si smarriva a perdita d'occhio.
      Quando poco prima avevamo superato il boschetto di aceri, alcuni piccoli gabbiani erano scesi in picchiata sulle acque dell'Aniene, prima di impennarsi di nuovo verso l'alto e di scomparire alla nostra vista. E all'improvviso ero stato colto da una strana sensazione. Quella di trovarmi in un posto lontanissimo e sperduto, una terra straniera e di nessuno dove fino a pochi giorni prima non mi sarei mai sognato di posare i piedi.
      - Hai mai pensato che è come se noi e Nazifa Bebé vivessimo in due città diverse - chiesi ad Angela - anche se tra Ponte Mammolo e le nostre case ci sono solo poche centinaia di metri di distanza?
      Lei scosse la testa. Poi sussurrò: - Però ho pensato che anche oggi, intorno ai rom, sono state costruite delle barriere impenetrabili. Solo che queste barriere non somigliano a quelle cinte dal filo spinato di Litzmannstadt o di Auschwitz, ma sono dentro ciascuno di noi e si chiaano paura e pregiudizio.
      Per qualche istante riflettei sulle sue parole. Poi le passai il quaderno che Mariam ci aveva consegnlato e lasciai che fosse lei a leggere a voce alta il secondo capitolo del racconto di nonno Gabriel.
      - Quando i soldati dalle facce di lupo fecero scendere dai camion Nanosh e la sua gente - cominciò - la notte si stava stingendo in un'alba nebbiosa e livida. Fu poco dopo che il piccolo rom vide da vicino, e per la prima volta nella sua vita, la ciminiera sbuffante di una locomotiva a vapore.
      Per tutto il tempo in cui Angela continuò a leggere, io rimasi in assoluto silenzio, con le ginocchia sollevate sul petto e le braccia allacciate intorno alle gambe.
      Nanosh e la sua kumpanìa erano stati portati in una stazione ferroviaria, dove ad attenderli c'erano altri soldati con le divise nere, che li avevano obbligati a salire sul primo vagone di un lunghissimo treno merci. I portelloni non erano stati chiusi subito e il bambino, stretto con sua sorella Mirsada tra suo padre e sua madre, aveva potuto vedere centinaia e centinaia di altri rom che incolonnati in lunghe file venivano fatti salire sul treno, mentre l'aria si riempiva delle grida assordanti dei soldati e dei gemiti disperati dei vecchi e dei bambini.
      Faceva un freddo cattivo.
      Ma Nanosh, che aveva messo Nùvero al riparo sotto la sua giacca, non riusciva a capire se era per quello che Mirsada e Keja erano scosse da lunghi brividi, o se era perché i beng, i diavoli, avevano deciso di uscire dalle pieghe più oscure della terra per inghiottire i rom, il "Popolo degli Uomini".
      Quando ormai quasi tutti erano stati fatti salire sul convoglio, davanti ai vagoni era comparsa un'ultima colonna di prigionieri, formata quasi esclusivamente da bambini e da donne. Nanosh aveva riconosciuto una di loro, la più anziana di tutte, che aveva la pelle del viso scura come un pezzo di cuoio e lunghe trecce bianche che le ricadevano sul petto magro. Si chiamava Rupa ed era una paramisaris, una narratrice di swatura e di paramitsha, le antiche storie e fiabe dei rom Lovara.
      Qualche mese prima la kumpanìa di Nanosh e quella di Rupa si erano accampate insieme, vicino a un campo di trifoglio. E quella notte la vecchia, seduta sull'erba davanti al fuoco, aveva fumato la pipa con gli altri anziani e aveva raccontato ai bambini la leggenda di Vadni Rasa, l'oca selvatica che, come i rom, non stava mai ferma nello stesso posto, perché inseguiva il respiro del vento ovunque esso andasse a posarsi.
      Nanosh aveva pensato che se Rupa avesse posseduto le stesse ali di Vadni Rasa, di certo si sarebbe librata in volo e sarebbe fuggita lontano. Ma Rupa, come tutti loro, non aveva ali. E quando uno degli ufficiali l'aveva brutalmente spintonata, si era voltata verso di lui e l'aveva colpito sul viso, maledicendolo a gran voce. Era stato allora che Konstant aveva coperto con entrambe le mani gli occhi di Mirsada, perché non vedesse quello che stava per succedere.
      L'ufficiale aveva afferrato l'anziana donna per una delle lunghe trecce, e mentre lei continuava a dibattersi e a gridare l'aveva costretta a mettersi in ginocchio. Poi aveva estratto una pistola dalla fondina e gliel'aveva puntata sulla sua fronte.
      Un attimo dopo, mentre il fischio della locomotiva annunciava che da lì a poco i portelloni dei vagoni sarebbero stati chiusi e che il treno si sarebbe mosso, il fragore dello sparo si era spento sotto i tetti delle pensiline e Rupa si era rovesciata a terra senza più voce e senza più vita. (...)


      ----------------------------------------------------------------------

      Rupa Less- winged

      (...) "Well, what are you waiting for?"
      Angela was sitting on one of the barge stern boards. The boat's bottom was still wet because of the rain of the previous day, and she was eagerly waiting for me to read the rest of Nanosh' s story. But for a while I kept on glazing at the view over the opposite riverside: a waste field studded with sparse bushes and, further on, the usual tangle of asphalt lines stifled by the traffic , and the row of grey and anonymous buildings fading as far as the eye could see.
      When shortly before we got over the maple grove, a flight of little gulls had dived on the Aniene River, before raising again towards the sky and thence vanish slowly from our sight. I suddenly had a strange feeling, that of being in a far away and remote place, a foreign and no- man's land where up until few days before I would never have imagined to set foot.
      "Have you ever considered that it's as if we and Nazifa Bebè lived in two different cities" I said to Angela "even if from Ponte Mammolo to our homes there are only few hundred metres of distance?"
      She shook her head. Then she whispered: "I've thought that even nowadays around the Roma people impenetrable barriers have been erected. But such barriers aren't like the ones in Litzmannstadt or in Auschwitz" those surrounded by the barbwire "these barriers are just inside ourselves."
      Her words made me think a little. Then I passed Angela the notebook that Mariam had given us before and I let her to read aloud the second chapter of Granpa's Gabriel story.
      "When the wolfish - face soldiers ordered Nanosh and his people to get off the lorry" she started "the night was slowly fading into a misty and livid dawn. Shortly after , the little rom for the first time in his life saw from very close the chuffing funnel of a locomotive..."
      For all the time that Angela kept on reading, I remained completely silent, with my knees close to my breast and my arms around my legs.
      Nanosh and his kumpania were taken to a railway station, where other soldiers in black uniform were waiting for them. They forced Nanosh and his people to go on the first van of a long goods train. The van's doors weren't closed yet, so the little boy, huddled together his sister Mirsada and between his father and mother, was able to see hundreds and hundreds of other lined-up Roma, forced to go on the train, while all around there was plenty of the soldiers' deafening shouts and the old men's and the children's lacerating moans.
      It was bitter cold.
      But Nanosh, who had sheltered Nùvero under his jacket, didn't realize if Mirsada and Keja were shivering because of the freezing cold or because the bengs , the devils, had decided to emerge from the darkest folds of the ground to swallow up the Men's People.
      When almost all Roma were eventually pushed into the train, in front of the vans a final column of prisoners appeared. It was almost exclusively composed by children and women. Nanosh recognized one of them, the older one, whose face skin was dark brown as leather, with long white plaits hanging over her thin breast. Her name was Rupa, she was a paramisaris, a teller of swatura or paramitsha, the Roma Lovara's old stories and tales.
      Some months before Nanosh's and Rupa's kumpania had camped together next to a clover field. That night, the old woman sitting on the grass by a campfire, had smoked the pipe with the old men, telling the children Vadni Rasa legend: the story of the wild goose that- like the Roma people- never stood a long time in the same place, because she followed the wind's breath wherever she alighted.
      Nanosh thought that if Rupa had the same Vadni Rosa's wings, certainly she would have been able to float in the air and flee far away. But Rupa, like all of them, had no wings. When one of the officers brutally shoved her , she turned to him hurting his face and cursing him loudly. It was in that moment that Konstant covered Mirsada's eyes with his hands, so that she wouldn't be allowed to see what was about to happen.
      The officer grabbed one of Rupa's long plaits and, while she was flapping and crying he obliged her to go down on her knees. Then he pulled a gun out of the holster aiming it at the old woman's forehead.
      In a flash, while the train whistle was announcing the imminent departure and the doors were going to be closed, the shot's roar was already extinguished below the railway station shelters and the old Rupa fell down voiceless and lifeless. ( ..)
      (translation of Angela Tropea)
      ______________________________________________

      Rupa que no tenía alas

      (...)Bien, que esperas?
      Sentada sobre uno de los ejes, de la popa del barco, cuyo fondo estaba todavía húmedo por la lluvia del día anterior, Angela aguardaba impaciente que comenzara a leer la continuación de la historia de Nanosh. Pero yo continué por un instante a mirar el panorama que se vislumbraba más allá de la orilla opuesta del río, un campo no cultivado cubierto de arbustos dispersos y más allá, la maraña habitual de franjas de asfalto sofocadas por el trafico y la altura de los edificios grises y anónimos que se perdían de vista
      Cuando poco antes habíamos pasado el bosque de arces, algunas pequeñas gaviotas bajaban en picada sobre las aguas del Aniene, antes de encabritarse de nuevo hacia lo alto y desaparecer de nuestra vista. Cuando de repente me invadió una extraña sensación. Aquella de encontrarme en un lugar muy lejano y perdido, una tierra extranjera y de nadie, donde hasta pocos días antes no habría soñado de posar mis pies.
      - Jamás has pensado que es como si nosotras y Nazifa Bebé viviesemos en dos cuidades distintas - pregunté a Angela - inclusive como si entre Ponte Mammolo y nuestras casas hubiera solo unos pocos cientos de metros de distancia?
      Ella movió la cabeza. Después susurró: - Pero he pensado que incluso hoy alrededor de los gitanos, han sido construidas barreras impenetrables. Solo que estas barreras no se parecen a aquellas cercas de alambres de púas de Litzmannstadt o de Auschwitz, pero están dentro de cada uno de nosotros y se llaman miedo y prejuicio. Por algunos instantes reflexioné sobre sus palabras. Después le pasé el cuaderno que Marian nos había entregado y dejé que fuese ella quien leyera en alta voz el segundo capitulo del relato del abuelo Gabriel. - Cuando los soldados de caras de lobo hicieron descender del camión a Nanosh y a su gente - comenzó - la noche se estaba destiñendo en un alba neblinosa y lívida . Fue poco después que el pequeño rom Lovara ve de cerca, y por primera vez en su vida, la chimenea resoplante de una locomotora a vapor.
      Por todo el tiempo en el cual Angela continuó leyendo, yo permanecí en absoluto silencio, con las rodillas levantadas sobre el pecho y los brazos alrededor de las piernas.
      Nanosh y su kumpanía habían sido llevados a una estación ferroviaria, donde para atenderlos habían otros soldados con los uniformes negros, que los obligaron a subir sobre el primer vagón de un larguísimo tren de cargas. Los portones no habían sido cerrados rápidamente y el niño apretado con su hermana Mirsada entre su padre y su madre, había podido ver centenares y centenares de otros rom Lovara que, encolumnados en largas filas, eran subidos al tren , mientras el aire se llenaba de los gritos ensordecedores de los soldados y de los gemidos desesperados de los viejos y de los niños
      Hacía un frío penetrante.
      Pero Nanosh que tenía metido Núvero bajo su chaqueta, no lograba entender si era por eso que Mirsala e Keja eran sacudidas por largos escalofríos o si era porqué los beng, los diablos, habían decidido salir de las entrañas más oscuras de la tierra para engullir a los rom Lovara, el "Pueblo de los Hombres".
      Cuando ya casi todos habían subido sobre el convoy, delante de los vagones había aparecido la última columna de prisioneros, formada casi exclusivamente de niños y de mujeres. Nanosh había reconocido a una de ellas, la más anciana de todas, que tenía la piel de la cara oscura como un pedazo de cuero y largas trenzas blancas que le caían sobre el pecho delgado. Se llamaba Rupa y era una paramisaris, una narradora de swatura y de paramitsha, las antiguas historias y fábulas de los rom Lovara.
      Algunos meses antes, la kumpanía de Nanosh y aquella de Rupa habían acampado juntas, cercano a un campo de tréboles. Aquella noche, la vieja sentada sobre la hierba delante del fuego, había fumado la pipa con los otros ancianos y había contado a los niños la leyenda de Vadni Rasa, la oca salvaje que como los rom no estaba jamás parada en el mismo lugar, porque perseguía el respiro del viento donde quiera él fuese a posarse.
      Nanosh había pensado que si Rupa hubiese poseído las mismas alas de Vadni Rasa, de verdad se habría mantenido en vuelo y habría huído lejos. Pero Rupa al igual que los otros no tenia alas. Cuando uno de los oficiales la había brutalmente empujado, se había vuelto hacia él y lo había golpeado sobre la cara, maldiciéndolo con fuerte voz. Había sido entonces que Konstant había cubierto con ambas manos los ojos de Mirsada, para que no viese aquello que estaba por suceder.
      El oficial tenía aferrada a la anciana mujer por una de las largas trenzas y mientras ella continuaba a debatirse y a gritar, la había obligado a ponerse de rodillas. Después había extraído una pistola de la funda y se la había apuntado sobre la frente.
      Un minuto después, mientras el silbido de la locomotora anunciaba que dentro de poco tiempo los portones de los vagones habrían sido cerrados y que el tren se habría movido, el estruendo de un disparo se había apagado bajo el techo de las marquesinas y Rupe se había derribado a tierra sin más voz y sin más vida.(...)
      (traducción de Marta S.)
      ______________________________________________

      Rupa qui n'avait pas d'ailes

      (...) - Eh bien, tu attends quoi?
      Assise sur une des planches de la poupe de la barque, dont le fond était encore humide à cause de la pluie du jour avant, Angela attendait impatiente que je commence à lire la suite de l'histoire de Nanosh. Mais je continuais à fixer encore pendant quelques instants le panorama que l'on entrevoyait au-delà de la rive opposée du fleuve, un terrain vague constellé de rares buissons et, plus en avant, l'habituel enchevêtrement de bandes d'asphalte suffoquées par la circulation et l'étendue de bâtiments gris et anonymes qui s'égarait à perte de vue.
      Lorsque peu avant nous avions dépassé le bosquet d'érables, quelques petites mouettes avaient plonge dans les eaux de l'Aniene, avant de pointer à nouveau vers le haut et disparaitre de notre vue. Et tout d'un coup, une drôle de sensation m'avait effleuré. Celle de me retrouver dans un endroit très lointain et perdu, une terre étrangère et n'appartenant à personne, sur laquelle jusqu'à quelques jours auparavant, je n'aurais jamais songé poser les pieds.
      - N'as-tu jamais pensé que c'est comme si Nazifa Bebé et nous, vivions dans deux villes différentes - demandais-je à Angela - même si entre Ponte Mammolo et nos maisons il n'y a que quelques centaines de mètres de distance ?
      Elle secoua la tête. Puis elle chuchota : - Par contre j'ai pensé que aujourd'hui aussi, autour des Roms, ont été construites des barrières impénétrables. Seulement que ces barrières ne ressemblent guère à celles en barbelé qui ceignaient Litzmannstadt ou Auschwitz, mais elles sont dans nos pensées et s'appellent peur et préjudice.
      Je réfléchis quelques instant à ses mots. Puis je lui passai le cahier que Mariam nous avait donné et je laissai que ce soit elle-même à lire à voix haute le deuxième chapitre du récit de pépé Gabriel.
      - Lorsque les soldats à la tête de loup firent descendre des camions Nanosh et ses gens - commença-t-elle - la nuit était en train de se resserrer à l'intérieur d'une aube brumeuse et livide. Ce fut peu après que le petit Rom vit de près, et ce pour la première fois de sa vie, la cheminée d'une locomotive à vapeur.
      Pendant tout le temps où Angela continua à lire, je restai dans un silence absolu, les genoux soulevés sur la poitrine et les bras qui enlaçaient les jambes.
      - Nanosh et sa kumpanìa avaient été amenés dans une gare de chemin de fer, où d'autres soldats en uniforme noir les attendaient, et les avaient obligés à monter sur le premier wagon d'un très long train de marchandises. Les portes n'avaient pas été fermées tout de suite et l'enfant, serré contre sa sœur Mirsada et entre son père et sa mère, avait pu voir des centaines et centaines d'autres Roms, alignés en de longues queues, qu'ils avaient fait monter sur le train, alors que l'air se remplissait des cris assourdissants des soldats et des gémissements désespérés des vieillards et des enfants.
      Il faisait un vilain froid.
      Mais Nanosh, qui avait mis Nuvero à l'abri sous sa veste, ne réussissait pas à comprendre si c'était à cause de cela que Mirsada et Keja étaient secouées par de longs frissons, ou si c'était parce que les beng, les diables, avaient décidé de sortir des plis les plus obscurs de la terre pour engloutir les Roms, le « Peuple des Hommes ».
      Quand désormais presque tous étaient montés sur le convoi, devant les wagons était apparue une dernière colonne de prisonniers, formée quasi exclusivement d'enfants et de femmes. Nanosh avait reconnu une d'entre-elles, la plus âgée de toutes, qui avait la peau du visage sombre comme un morceau de cuir et de longues tresses blanches qui retombaient sur sa maigre poitrine. Elle s'appelait Rupa et c'était une paramisaris, un conteuse de swatura et de paramitsha, les antiques histoires et fables des Roms Lovara.
      Quelques mois auparavant, la kumpanìa de Nanosh et celle de Rupa avaient réuni leurs campements près d'un champ de trèfles. Et cette nuit-là, la vieillarde assise sur l'herbe devant le feu, avait fumé la pipe comme les autres vieux et avait raconté aux enfants la légende de Vadni Rasa, l'oie sauvage qui, comme les Roms, ne restait jamais tranquille au même endroit, car elle suivait le souffle du vent où qu'il aille se poser.
      Nanosh avait pensé que si Rupa aurait possédé les mêmes ailes que Vadni Rasa, elle se serait certainement envolée et se serait enfuie au loin. Mais Rupa, comme chacun d'eux, n'avait pas d'ailes. Et quand un des officiers l'avait poussée brutalement, elle s'était retournée vers lui et l'avait frappé au visage, le maudissant à haute voix. C'était alors que Konstant avait couvert de ses deux mains les yeux de Mirsada, pour qu'elle ne voie pas ce qui allait se passer.
      L'officier avait attrapé la vieille femme par une de ses longues tresses, et alors qu'elle continuait à se débattre et à crier, il l'avait contrainte à s'agenouiller. Puis il avait sorti un pistolet de son étui et l'avait pointé contre son front.
      Un instant après, tandis que le sifflet de la locomotive annonçait que d'ici peu les portes des wagons auraient été refermées et que le train aurait bougé, le fracas du coup de feu s'était éteint sous les toits et Rupa s'était écroulée par terre sans plus de voix, ni de vie. (...)
      (traduction de Marylise Veillon)
      _______________________________________
      Nota finale dell'autore
      Qualche anno fa scrissi un romanzo in cui uno dei personaggi secondari era un vecchio signore ebreo, anche lui un "nonno", che era stato internato nel ghetto di Lodz. Fu durante la stesura di quella storia, man mano che approfondivo le mie ricerche su quello che l'esercito nazista chiamava Litzmannstadt, che scoprii la vicenda dei cinquemila rom Lovara austriaci che vi vennero deportati nell'autunno del 1941. Da allora, molte volte ho pensato di scrivere un altro romanzo che riportasse in qualche modo alla luce la loro storia e, insieme, la storia del Porrajmos, cioè dello sterminio per mano nazista di più di mezzo milione di "zingari".
      Ma non è stato solo questo il motivo che mi ha spinto a dare vita e voce ai protagonisti di questo romanzo., per il quale non posso certo dire, utilizzando la formula di rito, che "ogni riferimento a fatti e persone realmente esistenti è puramente casuale".
      Infatti, anche se questa storia è solo frutto di fantasia, dentro di essa compaiono avvenimenti che sono realmente accaduti e persone che sono realmente esistite.
      Ho conosciuto i miei primi amici rom molti anni fa, in un pomeriggio in cui celebravano la Festa di Primavera. E da allora ho continuato a frequentarli e a vivere le loro storie spesso intrise di dolore e sofferenza. Per questo ho preso la decisione di lasciare qualche loro traccia in queste pagine, a partire dalla piccola comunità rom (in realtà rumeni e non montenegrini) che viveva un tempo a Roma nei pressi del cavalcavia di Ponte Mammolo, e che davvero subì delle odiose e brutali aggressioni.
      Per il resto, le tracce che ho disseminato, riguardano soprattutto alcuni nomi a cui ho voluto rendere un omaggio. Quello di Omo Selimovic, un anziano rom xoraxané montenegrino, che mi raccontò alcuni terribili episodi riguardanti il Porrajmos. E quello di Nazifa Bebé Ahmetovic, una bambina dassikanè bosniaca, che nella realtà non incontrò lo stesso destino della protagonista di questo romanzo, perché morì tragicamente all'età di sette anni.
      Da allora è passato molto tempo. E in tutto questo tempo ho continuato a conservare le sue foto e a domandarmi quale sarebbe stata la sua vita, se avesse avuto la possibilità di crescere e di andare a scuola, come oggi fanno tanti altri ragazzini e ragazzine rom, in qualche caso ottenendo straordinari successi. Le parole della poesia che la ragazzina rom recita in questo romanzo, sono tratte da un racconto inedito pubblicato sul mio sito personale (
      www.albertomelis.it/nazifa.htm), insieme alle ultime immagini della vera Nazifa Bebé.
      In chiusura di questa nota, desidero ringraziare due persone a cui questo romanzo deve molto. La mia carissima amica Angela Tropea, per l'impareggiabile e affettuosa consulenza prestatami sulla lingua dei rom xoraxané. E Jan Yoors, lo scrittore e pittore fiammingo oggi scomparso, che a dodici anni andò a vivere con una kumpanìa e più tardi descrisse la sua esperienza in un libro straordinario (Tsiganes - Sur la route avec les Rom Lovara), che mi è stato preziosissimo per conoscere gli usi, i costumi e i modi di dire romanì.

      Alberto Melis
      _____________________________________________
      Author's note

      Some years ago I wrote a novel in which one of the minor characters was an old Jew, a "Granpa" as well, who had been imprisoned in Lodz's ghetto. While I was writing that novel, and gradually deepening my researches on what the German army called Litzmannstadt, I found out the vicissitude of 5,000 Austrian Lovara Roma, who were deported there in Autumn 1941. Since then I often thought to write another novel about their story as well as the Porrajmos, i.e. the Nazi extermination of more than 500,000 " Gypsies ".
      But this isn't the only reason why I have decided to give voice to this novel's characters, nor I may say that "every reference to facts things or persons are purely casual " : though this story is only a figment of imagination, inside it events really happened and people really existed are told.
      I met my first Roma friends many years ago, on a Spring Feast afternoon. Since then I kept on meeting them , sharing their stories always full of pains and suffering. This is the reason why I've decided to leave some "trace" of them in the following pages, starting from a small Roma group ( from Rumania and not from Montenegro ), who times ago lived in Rome not far from Ponte Mammolo. They really suffered hateful and brutal aggressions.
      As for the rest, the traces I've spread refer mostly to some names I'd like to give honour: that of Omo Selimovic's, an old Rom Khorakhané, from Montenegro, who told me about some terrible episodes concerning Porrajmos; that of Nazifa Bebè Ahmetovic, a Bosniac Dassikanè little girl, who in the real life didn't meet the same destiny of this novel's protagonist, but she tragically died at the age of 7.
      Since then much time has passed. In all this time I've kept her photos, asking myself how her life would have been, if she had the chance to grow up and go to school as many little boys and girls do nowadays getting often extraordinary success.
      The poem's words acted by the girl in this novel, are taken from an unpublished tale available on my personal web-site, together with the real Nazifa Bebé's photos.
      Finally, I want to express my gratitude to two persons whom this novel owes to: my dearest friend Angela Tropea , for her invaluable and kind advice on the Khorakhanè language ; Jan Yoors , the departed Flemish writer and painter who, at the age of 12, went to live with a kumpania. Later he wrote about his extraordinary experience in a remarkable book ( Tsiganes- Sur la route avec les Rom Lovara ), very precious to me: thanks to this book I learnt about the Roma Lovara's traditions and sayings.

      Alberto Melis
      ______________________________________________
      Nota final del autor

      Algún año atrás escribí una novela en la cual uno de sus personajes secundarios era un viejo señor judío, también él un "abuelo", que había sido internado en el gueto de Lodz. Fue durante la redacción de aquella historia que profundicé mis investigaciones sobre aquello que el ejercito nazi llamaba Litzmannstadt, que descubrí la vicisitud de los cinco mil rom Lovara austríacos que fueron deportados en el otoño de 1941. Desde entonces, muchas veces he pensado en escribir otra novela que en algún modo, sacara a la luz la historia de ellos, junto a la historia del Porrajmos, esto es, el exterminio de más de medio millón de rom a manos de los nazis.
      Pero no ha sido solo esto el motivo que me ha impulsado a dar vida y voz a los protagonistas de esta novela, por lo cual no puedo ciertamente decir, utilizando la formula de ceremonia, que "cada referencia a hechos y personas realmente existentes son puramente casuales".
      En efecto, aunque esta historia es solo fruto de la fantasía, dentro de ella están presentes acontecimientos ocurridos a personas que existieron realmente.
      He conocido a mis primeros amigos rom muchos años atrás, en un mediodía en el cual celebraban la Fiesta de Primavera. Y desde entonces he continuado a frecuentarlos y a vivir la historia de ellos a menudo bañada de dolor y sufrimiento. Por esto he tomado la decisión de dejar alguna de sus huellas en estas páginas, a partir de la pequeña comunidad rom (en realidad rumanos y no montenegrinos) que vivía un tiempo en Roma en las cercanías del paso a desnivel de Ponte Mammolo y que verdaderamente sufrió las odiosas y brutales agresiones.
      Por otra parte, los indicios que he dado hacen referencias sobretodo a algunos nombres a los cuales he deseado rendir un homenaje. Aquel de Omo Selimovic, un anciano gitano xoraxané montenegrino, que me contó algunos terribles episodios respecto al Porrajmos. Aquel de Nazifa Bebé Ahmetovic, una niña dassikané bosniaque que en realidad no encontró el mismo destino de la protagonista de esta novela, porque murió trágicamente a la edad de siete años.
      Desde entonces ha pasado mucho tiempo y en todo este período he continuado a conservar su foto y a preguntarme cual habría sido su vida, si hubiese tenido la posibilidad de crecer e ir a la escuela, como hoy lo hacen tantos otros chicos y chicas rom, en algunos casos obteniendo logros extraordinarios. Las palabras de la poesía que la muchacha rom recita en esta novela, son sacadas de un relato inédito publicado sobre mi sitio personal (
      www.albertomelis.it/nazifa.htm) junto a las últimas imágenes de la verdadera Nazifa Bebé.
      Para terminar esta nota, deseo agradecer a dos personas a las cuales esta novela debe mucho. A mi querida Angela Tropea por la incomparable y afectuosa consulta prestada sobre la lengua de los gitanos xoraxané y a Jan Yoors, el escritor y pintor flamenco hoy desaparecido, que a los doce años fue a vivir con una kumpanía y más tarde describió su experiencia en un libro extraordinario (Tsiganes - Sur la route avec les Rom Lovara) el cual me ha sido de gran utilidad para conocer los usos, las costumbres y los modos de decir romanì.

      Alberto Melis
      _____________________________________________

      Note finale de l'auteur:
      Il y a quelques années, j'écrivis un roman dans lequel un des personnages secondaires était un vieil homme juif, lui aussi un « grand-père », qui avait été interné dans le ghetto de Lodz. Ce fut pendant la rédaction de cette histoire, au fur et à mesure que j'approfondissais mes recherches sur ce que l'armée nazi appelait Litzmannstadt, que je découvris l'événement relatif aux cinq mille Roms Lovara autrichiens, qui furent déportés en automne 1941. A partir de ce moment, j'ai pensé bien des fois d'écrire un autre roman qui puisse faire émerger à la lueur du jour leur histoire et en même temps, l'histoire du Porrajmos, c'est-à-dire l'extermination par les nazis de plus de demi million de Tziganes.
      Mais ce n'est pas le seul motif qui m'a poussé à donner vie et voix aux protagonistes de ce roman, pour lequel je ne puis certes dire, employant la formule rituelle, que : « chaque référence à faits et personnes qui ont réellement existé est purement accidentelle ».
      En fait, même si cette histoire est entièrement fruit de l'imagination, ils y apparaissent des avènement qui se sont vraiment passés et des personnes qui ont existé réellement.
      J'ai connu mes premiers amis Roms il y a bien des années, un après-midi durant lequel on célébrait la Fête du Printemps. C'est à partir de ce jour-là que j'ai continué à les fréquenter et à vivre leurs histoires souvent imprégnées de douleur et souffrance. C'est pour cela que j'ai pris la décision de laisser quelques traces d'eux dans ces pages, à partir de la petite communauté Rom (en réalité roumains et pas monténégrins) qui vivait il y a quelques temps à Rome, pas loin de Ponte Mammolo, laquelle subit vraiment de brutales et odieuses agressions.
      Pour ce qui est du reste, les traces que j'ai semé, se réfèrent surtout à quelques noms auxquels j'ai voulu rendre hommage. Celui de Omo Selimovic, un ancien Rom xoraxané monténégrin, qui me raconta quelques uns des terribles épisodes regardant le Porrajmos. Et celui de Nazifa Bebé Ahmetovic, une petite fille dassikanè bosniaque, laquelle n'eut dans la réalité pas le même destin de la protagoniste de ce roman, puisqu'elle mourut tragiquement à l'age de sept ans.
      Depuis, beaucoup de temps a passé. Et pendant tout ce temps j'ai continué à garder ses photos et à me demander quelle aurait été sa vie, si elle aurait eu la possibilité de grandir et aller à l'école, comme aujourd'hui le font bien des enfants Roms, obtenant dans certains cas d'extraordinaires succès. Les paroles de la poésie récitée dans ce roman par la jeune Rom, sont prises d'un récit inédit publié dans mon site personnel (
      www.albertomelis.it/nazifa.htm) avec les dernières photos de la vraie Nazifa Bebé.
      Pour conclure cette note, je désire remercier deux personnes auxquelles ce roman doit beaucoup. Ma très chère amie Angela Tropea, pour l'incomparable et affectueuse collaboration offerte quant au langage des Rom xoraxané. Et Jan Yoors, l'écrivain et peintre flamand aujourd'hui disparu, lequel à douze ans alla vivre avec une kumpanìa et plus tard décrivit son expérience dans un livre extraordinaire (Tziganes - Sur la route avec les Roms Lovara), lequel a été pour moi très précieux pour connaitre les usages, les coutumes et les expressions romanì.

      Alberto Melis
      Mostra tutto
      lacho drom

    ciao

    16/10/2010

    NERI MARCORE' CONSIGLIA IL LIBRO DI ALBERTO MELIS

     

    NERI.jpg

    Il ricordo che non avevo

    IL RICORDO.jpg
    Junior

    I consigli per la lettura di Neri Marcore sul mondo dei Rom

    • Durata00:01:37
    • Pubblicato il14/10/2010

     

    CLICCA SU: http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-f628eee8-d513-4643-8259-95e468eae1a0.html?51199737

     

     

    CIAO

    07/08/2010

    la mama nera

    Alberto Maria Melis
    Marylise Veillon hanno condiviso un link.
    www.ilgiornaledivicenza.it
    La Mama Nera balla. Vecchia come il mondo e eterna come le preghiere, muove il suo corpo fasciato di nero al ritmo di musiche gitane che attraversano la sua storia e quella del suo popolo. È la madre che custodisce e protegge la sua gente e anche chi alla sua gente non appartiene, dall'alto delle .....

    ciao

    03/08/2010

    LA BALLATA DELLA MAMA NERA

    mama nera.jpg

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    SINOSSI: Ughino è il figlio undicenne di un poliziotto che si dice comunista e usa il manganello. Manuel, suo coetaneo, è figlio e nipote di zingari. Le loro esistenze si incrociano in modo misterioso...(photo by Layla Aerts)

    http://www.facebook.com/event.php?eid=139210122780539&ref=mf#!/profile.php?id=100000568693564

     

    ciao

    30/07/2010

    Alberto Maria Melis: "Il ricordo che non avevo"

    Il nuovo libro di Alberto Maria Melis:

    "Il ricordo che non avevo"

     (preview Italian - English - Español)

    Moni Ovadia: "Un libro coraggioso dove l’amicizia e il desiderio di conoscenza dissipano l’indifferenza e il pregiudizio nei confronti dei rom".
    In libreria il 21 settembre 2010

    Ci sono pagine di Storia dimenticate, come quella del Porrajmos, il genocidio nazista del Popolo Rom.
    Matteo, Angela e Nazifa Bebé seguono le tracce lasciate da nonno Gabriel, che portano fino a Lodz e all'Obóz Cygański, il "lager degli zingari"...

    Mondadori Junior Oro
    In libreria: 21 settembre 2010

    Anteprima Italiano
    Dal Capitolo 11

    Rupa che non aveva ali

    (...) - Beh, cosa aspetti?
    Seduta su una delle assi di poppa del barcone, il cui fondo era ancora umido per la pioggia del giorno prima, Angela attendeva impaziente che cominciassi a leggere il seguito della storia di Nanosh. Ma io continuai per qualche istante a fissare il panorama che si scorgeva oltre la sponda opposta del fiume, un campo incolto costellato da radi cespugli e, più in là, il solito groviglio di strisce d'asfalto soffocate dal traffico e la distesa di palazzi grigi e anonimi che si smarriva a perdita d'occhio.
    Quando poco prima avevamo superato il boschetto di aceri, alcuni piccoli gabbiani erano scesi in picchiata sulle acque dell'Aniene, prima di impennarsi di nuovo verso l'alto e di scomparire alla nostra vista. E all'improvviso ero stato colto da una strana sensazione. Quella di trovarmi in un posto lontanissimo e sperduto, una terra straniera e di nessuno dove fino a pochi giorni prima non mi sarei mai sognato di posare i piedi.
    - Hai mai pensato che è come se noi e Nazifa Bebé vivessimo in due città diverse - chiesi ad Angela - anche se tra Ponte Mammolo e le nostre case ci sono solo poche centinaia di metri di distanza?
    Lei scosse la testa. Poi sussurrò: - Però ho pensato che anche oggi, intorno ai rom, sono state costruite delle barriere impenetrabili. Solo che queste barriere non somigliano a quelle cinte dal filo spinato di Litzmannstadt o di Auschwitz, ma sono dentro ciascuno di noi e si chiaano paura e pregiudizio.
    Per qualche istante riflettei sulle sue parole. Poi le passai il quaderno che Mariam ci aveva consegnlato e lasciai che fosse lei a leggere a voce alta il secondo capitolo del racconto di nonno Gabriel.
    - Quando i soldati dalle facce di lupo fecero scendere dai camion Nanosh e la sua gente - cominciò - la notte si stava stingendo in un'alba nebbiosa e livida. Fu poco dopo che il piccolo rom vide da vicino, e per la prima volta nella sua vita, la ciminiera sbuffante di una locomotiva a vapore.
    Per tutto il tempo in cui Angela continuò a leggere, io rimasi in assoluto silenzio, con le ginocchia sollevate sul petto e le braccia allacciate intorno alle gambe.
    Nanosh e la sua kumpanìa erano stati portati in una stazione ferroviaria, dove ad attenderli c'erano altri soldati con le divise nere, che li avevano obbligati a salire sul primo vagone di un lunghissimo treno merci. I portelloni non erano stati chiusi subito e il bambino, stretto con sua sorella Mirsada tra suo padre e sua madre, aveva potuto vedere centinaia e centinaia di altri rom che incolonnati in lunghe file venivano fatti salire sul treno, mentre l'aria si riempiva delle grida assordanti dei soldati e dei gemiti disperati dei vecchi e dei bambini.
    Faceva un freddo cattivo.
    Ma Nanosh, che aveva messo Nùvero al riparo sotto la sua giacca, non riusciva a capire se era per quello che Mirsada e Keja erano scosse da lunghi brividi, o se era perché i beng, i diavoli, avevano deciso di uscire dalle pieghe più oscure della terra per inghiottire i rom, il "Popolo degli Uomini".
    Quando ormai quasi tutti erano stati fatti salire sul convoglio, davanti ai vagoni era comparsa un'ultima colonna di prigionieri, formata quasi esclusivamente da bambini e da donne. Nanosh aveva riconosciuto una di loro, la più anziana di tutte, che aveva la pelle del viso scura come un pezzo di cuoio e lunghe trecce bianche che le ricadevano sul petto magro. Si chiamava Rupa ed era una paramisaris, una narratrice di swatura e di paramitsha, le antiche storie e fiabe dei rom Lovara.
    Qualche mese prima la kumpanìa di Nanosh e quella di Rupa si erano accampate insieme, vicino a un campo di trifoglio. E quella notte la vecchia, seduta sull'erba davanti al fuoco, aveva fumato la pipa con gli altri anziani e aveva raccontato ai bambini la leggenda di Vadni Rasa, l'oca selvatica che, come i rom, non stava mai ferma nello stesso posto, perché inseguiva il respiro del vento ovunque esso andasse a posarsi.
    Nanosh aveva pensato che se Rupa avesse posseduto le stesse ali di Vadni Rasa, di certo si sarebbe librata in volo e sarebbe fuggita lontano. Ma Rupa, come tutti loro, non aveva ali. E quando uno degli ufficiali l'aveva brutalmente spintonata, si era voltata verso di lui e l'aveva colpito sul viso, maledicendolo a gran voce. Era stato allora che Konstant aveva coperto con entrambe le mani gli occhi di Mirsada, perché non vedesse quello che stava per succedere.
    L'ufficiale aveva afferrato l'anziana donna per una delle lunghe trecce, e mentre lei continuava a dibattersi e a gridare l'aveva costretta a mettersi in ginocchio. Poi aveva estratto una pistola dalla fondina e gliel'aveva puntata sulla sua fronte.
    Un attimo dopo, mentre il fischio della locomotiva annunciava che da lì a poco i portelloni dei vagoni sarebbero stati chiusi e che il treno si sarebbe mosso, il fragore dello sparo si era spento sotto i tetti delle pensiline e Rupa si era rovesciata a terra senza più voce e senza più vita. (...)


    ----------------------------------------------------------------------

    Rupa Less- winged

    (...) "Well, what are you waiting for?"
    Angela was sitting on one of the barge stern boards. The boat's bottom was still wet because of the rain of the previous day, and she was eagerly waiting for me to read the rest of Nanosh' s story. But for a while I kept on glazing at the view over the opposite riverside: a waste field studded with sparse bushes and, further on, the usual tangle of asphalt lines stifled by the traffic , and the row of grey and anonymous buildings fading as far as the eye could see.
    When shortly before we got over the maple grove, a flight of little gulls had dived on the Aniene River, before raising again towards the sky and thence vanish slowly from our sight. I suddenly had a strange feeling, that of being in a far away and remote place, a foreign and no- man's land where up until few days before I would never have imagined to set foot.
    "Have you ever considered that it's as if we and Nazifa Bebè lived in two different cities" I said to Angela "even if from Ponte Mammolo to our homes there are only few hundred metres of distance?"
    She shook her head. Then she whispered: "I've thought that even nowadays around the Roma people impenetrable barriers have been erected. But such barriers aren't like the ones in Litzmannstadt or in Auschwitz" those surrounded by the barbwire "these barriers are just inside ourselves."
    Her words made me think a little. Then I passed Angela the notebook that Mariam had given us before and I let her to read aloud the second chapter of Granpa's Gabriel story.
    "When the wolfish - face soldiers ordered Nanosh and his people to get off the lorry" she started "the night was slowly fading into a misty and livid dawn. Shortly after , the little rom for the first time in his life saw from very close the chuffing funnel of a locomotive..."
    For all the time that Angela kept on reading, I remained completely silent, with my knees close to my breast and my arms around my legs.
    Nanosh and his kumpania were taken to a railway station, where other soldiers in black uniform were waiting for them. They forced Nanosh and his people to go on the first van of a long goods train. The van's doors weren't closed yet, so the little boy, huddled together his sister Mirsada and between his father and mother, was able to see hundreds and hundreds of other lined-up Roma, forced to go on the train, while all around there was plenty of the soldiers' deafening shouts and the old men's and the children's lacerating moans.
    It was bitter cold.
    But Nanosh, who had sheltered Nùvero under his jacket, didn't realize if Mirsada and Keja were shivering because of the freezing cold or because the bengs , the devils, had decided to emerge from the darkest folds of the ground to swallow up the Men's People.
    When almost all Roma were eventually pushed into the train, in front of the vans a final column of prisoners appeared. It was almost exclusively composed by children and women. Nanosh recognized one of them, the older one, whose face skin was dark brown as leather, with long white plaits hanging over her thin breast. Her name was Rupa, she was a paramisaris, a teller of swatura or paramitsha, the Roma Lovara's old stories and tales.
    Some months before Nanosh's and Rupa's kumpania had camped together next to a clover field. That night, the old woman sitting on the grass by a campfire, had smoked the pipe with the old men, telling the children Vadni Rasa legend: the story of the wild goose that- like the Roma people- never stood a long time in the same place, because she followed the wind's breath wherever she alighted.
    Nanosh thought that if Rupa had the same Vadni Rosa's wings, certainly she would have been able to float in the air and flee far away. But Rupa, like all of them, had no wings. When one of the officers brutally shoved her , she turned to him hurting his face and cursing him loudly. It was in that moment that Konstant covered Mirsada's eyes with his hands, so that she wouldn't be allowed to see what was about to happen.
    The officer grabbed one of Rupa's long plaits and, while she was flapping and crying he obliged her to go down on her knees. Then he pulled a gun out of the holster aiming it at the old woman's forehead.
    In a flash, while the train whistle was announcing the imminent departure and the doors were going to be closed, the shot's roar was already extinguished below the railway station shelters and the old Rupa fell down voiceless and lifeless. ( ..)
    ----------------------------------------------------------------------
    Rupa que no tenía alas
    (...)Bien, que esperas?
    Sentada sobre uno de los ejes, de la popa del barco, cuyo fondo estaba todavía húmedo por la lluvia del día anterior, Angela aguardaba impaciente que comenzara a leer la continuación de la historia de Nanosh. Pero yo continué por un instante a mirar el panorama que se vislumbraba más allá de la orilla opuesta del río, un campo no cultivado cubierto de arbustos dispersos y más allá, la maraña habitual de franjas de asfalto sofocadas por el trafico y la altura de los edificios grises y anónimos que se perdían de vista
    Cuando poco antes habíamos pasado el bosque de arces, algunas pequeñas gaviotas bajaban en picada sobre las aguas del Aniene, antes de encabritarse de nuevo hacia lo alto y desaparecer de nuestra vista. Cuando de repente me invadió una extraña sensación. Aquella de encontrarme en un lugar muy lejano y perdido, una tierra extranjera y de nadie, donde hasta pocos días antes no habría soñado de posar mis pies.
    - Jamás has pensado que es como si nosotras y Nazifa Bebé viviesemos en dos cuidades distintas - pregunté a Angela - inclusive como si entre Ponte Mammolo y nuestras casas hubiera solo unos pocos cientos de metros de distancia?
    Ella movió la cabeza. Después susurró: - Pero he pensado que incluso hoy alrededor de los gitanos, han sido construidas barreras impenetrables. Solo que estas barreras no se parecen a aquellas cercas de alambres de púas de Litzmannstadt o de Auschwitz, pero están dentro de cada uno de nosotros y se llaman miedo y prejuicio. Por algunos instantes reflexioné sobre sus palabras. Después le pasé el cuaderno que Marian nos había entregado y dejé que fuese ella quien leyera en alta voz el segundo capitulo del relato del abuelo Gabriel. - Cuando los soldados de caras de lobo hicieron descender del camión a Nanosh y a su gente - comenzó - la noche se estaba destiñendo en un alba neblinosa y lívida . Fue poco después que el pequeño rom Lovara ve de cerca, y por primera vez en su vida, la chimenea resoplante de una locomotora a vapor.
    Por todo el tiempo en el cual Angela continuó leyendo, yo permanecí en absoluto silencio, con las rodillas levantadas sobre el pecho y los brazos alrededor de las piernas.
    Nanosh y su kumpanía habían sido llevados a una estación ferroviaria, donde para atenderlos habían otros soldados con los uniformes negros, que los obligaron a subir sobre el primer vagón de un larguísimo tren de cargas. Los portones no habían sido cerrados rápidamente y el niño apretado con su hermana Mirsada entre su padre y su madre, había podido ver centenares y centenares de otros rom Lovara que, encolumnados en largas filas, eran subidos al tren , mientras el aire se llenaba de los gritos ensordecedores de los soldados y de los gemidos desesperados de los viejos y de los niños
    Hacía un frío penetrante.
    Pero Nanosh que tenía metido Núvero bajo su chaqueta, no lograba entender si era por eso que Mirsala e Keja eran sacudidas por largos escalofríos o si era porqué los beng, los diablos, habían decidido salir de las entrañas más oscuras de la tierra para engullir a los rom Lovara, el "Pueblo de los Hombres".
    Cuando ya casi todos habían subido sobre el convoy, delante de los vagones había aparecido la última columna de prisioneros, formada casi exclusivamente de niños y de mujeres. Nanosh había reconocido a una de ellas, la más anciana de todas, que tenía la piel de la cara oscura como un pedazo de cuero y largas trenzas blancas que le caían sobre el pecho delgado. Se llamaba Rupa y era una paramisaris, una narradora de swatura y de paramitsha, las antiguas historias y fábulas de los rom Lovara.
    Algunos meses antes, la kumpanía de Nanosh y aquella de Rupa habían acampado juntas, cercano a un campo de tréboles. Aquella noche, la vieja sentada sobre la hierba delante del fuego, había fumado la pipa con los otros ancianos y había contado a los niños la leyenda de Vadni Rasa, la oca salvaje que como los rom no estaba jamás parada en el mismo lugar, porque perseguía el respiro del viento donde quiera él fuese a posarse.
    Nanosh había pensado que si Rupa hubiese poseído las mismas alas de Vadni Rasa, de verdad se habría mantenido en vuelo y habría huído lejos. Pero Rupa al igual que los otros no tenia alas. Cuando uno de los oficiales la había brutalmente empujado, se había vuelto hacia él y lo había golpeado sobre la cara, maldiciéndolo con fuerte voz. Había sido entonces que Konstant había cubierto con ambas manos los ojos de Mirsada, para que no viese aquello que estaba por suceder.
    El oficial tenía aferrada a la anciana mujer por una de las largas trenzas y mientras ella continuaba a debatirse y a gritar, la había obligado a ponerse de rodillas. Después había extraído una pistola de la funda y se la había apuntado sobre la frente.
    Un minuto después, mientras el silbido de la locomotora anunciaba que dentro de poco tiempo los portones de los vagones habrían sido cerrados y que el tren se habría movido, el estruendo de un disparo se había apagado bajo el techo de las marquesinas y Rupe se había derribado a tierra sin más voz y sin más vida.(...)

    ______________________________________________

    Nota finale dell'autore
    Qualche anno fa scrissi un romanzo in cui uno dei personaggi secondari era un vecchio signore ebreo, anche lui un "nonno", che era stato internato nel ghetto di Lodz. Fu durante la stesura di quella storia, man mano che approfondivo le mie ricerche su quello che l'esercito nazista chiamava Litzmannstadt, che scoprii la vicenda dei cinquemila rom Lovara austriaci che vi vennero deportati nell'autunno del 1941. Da allora, molte volte ho pensato di scrivere un altro romanzo che riportasse in qualche modo alla luce la loro storia e, insieme, la storia del Porrajmos, cioè dello sterminio per mano nazista di più di mezzo milione di "zingari".
    Ma non è stato solo questo il motivo che mi ha spinto a dare vita e voce ai protagonisti di questo romanzo., per il quale non posso certo dire, utilizzando la formula di rito, che "ogni riferimento a fatti e persone realmente esistenti è puramente casuale".
    Infatti, anche se questa storia è solo frutto di fantasia, dentro di essa compaiono avvenimenti che sono realmente accaduti e persone che sono realmente esistite.
    Ho conosciuto i miei primi amici rom molti anni fa, in un pomeriggio in cui celebravano la Festa di Primavera. E da allora ho continuato a frequentarli e a vivere le loro storie spesso intrise di dolore e sofferenza. Per questo ho preso la decisione di lasciare qualche loro traccia in queste pagine, a partire dalla piccola comunità rom (in realtà rumeni e non montenegrini) che viveva un tempo a Roma nei pressi del cavalcavia di Ponte Mammolo, e che davvero subì delle odiose e brutali aggressioni.
    Per il resto, le tracce che ho disseminato, riguardano soprattutto alcuni nomi a cui ho voluto rendere un omaggio. Quello di Omo Selimovic, un anziano rom xoraxané montenegrino, che mi raccontò alcuni terribili episodi riguardanti il Porrajmos. E quello di Nazifa Bebé Ahmetovic, una bambina dassikanè bosniaca, che nella realtà non incontrò lo stesso destino della protagonista di questo romanzo, perché morì tragicamente all'età di sette anni.
    Da allora è passato molto tempo. E in tutto questo tempo ho continuato a conservare le sue foto e a domandarmi quale sarebbe stata la sua vita, se avesse avuto la possibilità di crescere e di andare a scuola, come oggi fanno tanti altri ragazzini e ragazzine rom, in qualche caso ottenendo straordinari successi. Le parole della poesia che la ragazzina rom recita in questo romanzo, sono tratte da un racconto inedito pubblicato sul mio sito personale (www.albertomelis.it/nazifa.htm), insieme alle ultime immagini della vera Nazifa Bebé.
    In chiusura di questa nota, desidero ringraziare due persone a cui questo romanzo deve molto. La mia carissima amica Angela Tropea, per l'impareggiabile e affettuosa consulenza prestatami sulla lingua dei rom xoraxané. E Jan Yoors, lo scrittore e pittore fiammingo oggi scomparso, che a dodici anni andò a vivere con una kumpanìa e più tardi descrisse la sua esperienza in un libro straordinario (Tsiganes - Sur la route avec les Rom Lovara), che mi è stato preziosissimo per conoscere gli usi, i costumi e i modi di dire romanì.

    Alberto Melis
    _____________________________________________
    Author's note

    Some years ago I wrote a novel in which one of the minor characters was an old Jew, a "Granpa" as well, who had been imprisoned in Lodz's ghetto. While I was writing that novel, and gradually deepening my researches on what the German army called Litzmannstadt, I found out the vicissitude of 5,000 Austrian Lovara Roma, who were deported there in Autumn 1941. Since then I often thought to write another novel about their story as well as the Porrajmos, i.e. the Nazi extermination of more than 500,000 " Gypsies ".
    But this isn't the only reason why I have decided to give voice to this novel's characters, nor I may say that "every reference to facts things or persons are purely casual " : though this story is only a figment of imagination, inside it events really happened and people really existed are told.
    I met my first Roma friends many years ago, on a Spring Feast afternoon. Since then I kept on meeting them , sharing their stories always full of pains and suffering. This is the reason why I've decided to leave some "trace" of them in the following pages, starting from a small Roma group ( from Rumania and not from Montenegro ), who times ago lived in Rome not far from Ponte Mammolo. They really suffered hateful and brutal aggressions.
    As for the rest, the traces I've spread refer mostly to some names I'd like to give honour: that of Omo Selimovic's, an old Rom Khorakhané, from Montenegro, who told me about some terrible episodes concerning Porrajmos; that of Nazifa Bebè Ahmetovic, a Bosniac Dassikanè little girl, who in the real life didn't meet the same destiny of this novel's protagonist, but she tragically died at the age of 7.
    Since then much time has passed. In all this time I've kept her photos, asking myself how her life would have been, if she had the chance to grow up and go to school as many little boys and girls do nowadays getting often extraordinary success.
    The poem's words acted by the girl in this novel, are taken from an unpublished tale available on my personal web-site, together with the real Nazifa Bebé's photos.
    Finally, I want to express my gratitude to two persons whom this novel owes to: my dearest friend Angela Tropea , for her invaluable and kind advice on the Khorakhanè language ; Jan Yoors , the departed Flemish writer and painter who, at the age of 12, went to live with a kumpania. Later he wrote about his extraordinary experience in a remarkable book ( Tsiganes- Sur la route avec les Rom Lovara ), very precious to me: thanks to this book I learnt about the Roma Lovara's traditions and sayings.

    Alberto Melis
    ______________________________________________
    Nota final del autor

    Algún año atrás escribí una novela en la cual uno de sus personajes secundarios era un viejo señor judío, también él un "abuelo", que había sido internado en el gueto de Lodz. Fue durante la redacción de aquella historia que profundicé mis investigaciones sobre aquello que el ejercito nazi llamaba Litzmannstadt, que descubrí la vicisitud de los cinco mil rom Lovara austríacos que fueron deportados en el otoño de 1941. Desde entonces, muchas veces he pensado en escribir otra novela que en algún modo, sacara a la luz la historia de ellos, junto a la historia del Porrajmos, esto es, el exterminio de más de medio millón de rom a manos de los nazis.
    Pero no ha sido solo esto el motivo que me ha impulsado a dar vida y voz a los protagonistas de esta novela, por lo cual no puedo ciertamente decir, utilizando la formula de ceremonia, que "cada referencia a hechos y personas realmente existentes son puramente casuales".
    En efecto, aunque esta historia es solo fruto de la fantasía, dentro de ella están presentes acontecimientos ocurridos a personas que existieron realmente.
    He conocido a mis primeros amigos rom muchos años atrás, en un mediodía en el cual celebraban la Fiesta de Primavera. Y desde entonces he continuado a frecuentarlos y a vivir la historia de ellos a menudo bañada de dolor y sufrimiento. Por esto he tomado la decisión de dejar alguna de sus huellas en estas páginas, a partir de la pequeña comunidad rom (en realidad rumanos y no montenegrinos) que vivía un tiempo en Roma en las cercanías del paso a desnivel de Ponte Mammolo y que verdaderamente sufrió las odiosas y brutales agresiones.
    Por otra parte, los indicios que he dado hacen referencias sobretodo a algunos nombres a los cuales he deseado rendir un homenaje. Aquel de Omo Selimovic, un anciano gitano xoraxané montenegrino, que me contó algunos terribles episodios respecto al Porrajmos. Aquel de Nazifa Bebé Ahmetovic, una niña dassikané bosniaque que en realidad no encontró el mismo destino de la protagonista de esta novela, porque murió trágicamente a la edad de siete años.
    Desde entonces ha pasado mucho tiempo y en todo este período he continuado a conservar su foto y a preguntarme cual habría sido su vida, si hubiese tenido la posibilidad de crecer e ir a la escuela, como hoy lo hacen tantos otros chicos y chicas rom, en algunos casos obteniendo logros extraordinarios. Las palabras de la poesía que la muchacha rom recita en esta novela, son sacadas de un relato inédito publicado sobre mi sitio personal (www.albertomelis.it/nazifa.htm) junto a las últimas imágenes de la verdadera Nazifa Bebé.
    Para terminar esta nota, deseo agradecer a dos personas a las cuales esta novela debe mucho. A mi querida Angela Tropea por la incomparable y afectuosa consulta prestada sobre la lengua de los gitanos xoraxané y a Jan Yoors, el escritor y pintor flamenco hoy desaparecido, que a los doce años fue a vivir con una kumpanía y más tarde describió su experiencia en un libro extraordinario (Tsiganes - Sur la route avec les Rom Lovara) el cual me ha sido de gran utilidad para conocer los usos, las costumbres y los modos de decir romanì.

    Alberto Melis

    13/07/2010

    rromani books

     

    un sito specializzato. da non perdere!

    The Rromani Connection website
    Rromani Books

    http://www.rromaniconnect.org/Romanibooks.html

     

     

    ciao

    TORN AWAY FOR EVER (STORIA DI UNA FAMIGLIA ROM)

     

    Dave Slee

    da Dave Slee

    ivonne slee.jpg

    In this book, written in the traditional Gypsy style of family biography, Yvonne Slee gives us a collection of stories about her ancestors who lived in Germany in the twentieth century. She begins with her great grandfather, called August, "torn away" from his Gypsy relations to be adopted into an uncaring family with ...a viscious stepfather. Running away at 15, August finds employment and friendship amongst Gypsies who teach him how to survive, and eventually marries a German woman and raises a family, including Elsa,Yvonne's grandmother. They adopt a disabled Gypsy boy called Freddy. As a half-Gypsy, with dark skin and long black hair, Elsa experiences racism at school, where her plait is cut off during a lesson by a spiteful classmate. She finds solace playing with friends in a nearby Gypsy encampment. Conditions in Germany during First World War force Elsa's mother to go to the woods to pick berries and nuts, while August hunts for animals. In the 1930's, Elsa notices ethnic families being taken from their homes to be "rehoused." Each time a truck appears in the street, her mother grabs Freddy and hides at the home of a friend, while August disappears till the danger passes. Eventually, Freddy is snatched away by the authorities and put in a home for the handicapped. The family eventually discover the dreadful truth - he has been sent to a concentration camp and gassed. Elsa marries an anti-Nazi called Willy, who is called up during the Second World War. After he is killed at the front, Elsa is left to bring up their young children alone. Almost arrested for being non-Aryan, she is rescued by an acquaintance, and lives out the rest of the war living on food she gathers from the forest. Surviving bombs, semi-starvation, and the destruction of her home, Elsa lives to the age of 80. Despite its sad theme, the book has many lively incidents. Elsa is almost gored by a bull, narrowly escapes drowning, and uncovers a butcher's pet-stealing scam. Yvonne Slee writes with compassion about a family surviving the Holocaust and war.

    Janna Eliot. London, UK
    http://www.rromaniconnect.org/Romanibooks.html

    CIAO

    09/07/2010

    due libri

    zingari.jpg

    clicca su: http://www.wuz.it/recensione-libro/2319/zingari-merda-ant...

    non chiamarmi z.jpg

     

    clicca su: http://www.wuz.it/recensione-libro/2320/non-chiamarmi-zin...

     

    grazie